Sotto l’eros divampa il fuoco sacro

Nei templi di Khajuraho, Ajanta ed Ellora, l’erotismo diventa manifestazione del divino. In una concezione cosmica che attrae ma anche confonde l’Occidente

nostro inviato a Ellora
«Sì, vogliono chiuderli, c’è tutta una polemica intorno, articoli di giornale, comitati civici, prese di posizione di politici e magistrati... Lei mi dirà che rispetto a qualsiasi discoteca con cubiste questi beer-bar sono roba da educande, ma il problema non è quanta epidermide nuda è in esposizione, è l’atmosfera, è la sessualità repressa... Io non sono un puritano, né uno che si scandalizza facilmente, ma, ecco, li chiuderei». Nel frastuono che ci circonda l’ex funzionario Fao convertitosi all’import-export mi grida praticamente nelle orecchie e più che le parole colgo il senso del discorso. Intorno a noi una folla sudata e sbracata, cravatte slacciate, camicie sbottonate, accompagna l’esibizione con grida e battimani. Ogni due per tre qualcuno si alza e una manciata di banconote scende come una pioggia di carta intorno al corpo della ballerina. I movimenti sono sinuosi, la seta che fascia il corpo manda mille bagliori a seconda della luce che la illumina, le bottiglie di birra vuote riempiono i tavolini, il testosterone riempie l’aria...
Nel Forte di Daultabad, vicino a Aurangabad, il gruppetto di studenti si è fatto fotografare a più riprese intorno alla giovane coppia di turisti belgi. Sia gli uni sia gli altri avranno poco più di vent’anni, ma intorno alla biondina slavata e magrolina i primi sembrano dei minorenni intimiditi. Si fanno più sfrontati via via che salutano i due che si allontanano e alla fine si capisce, da come gridano e da come subito dopo sghignazzano, che il commiato è all’insegna del volgare commento sessuale. «Ci vuole un po’ di coraggio ad andare in giro con una ragazza bionda» mi dice Patrick mentre ridiscendiamo dal torrione che è stata la sede dell’improvvisato set cinematografico. «Eppure quando erano lì sembravano avere più paura loro» gli dico per consolarlo.
Il Parlamento indiano sta per varare una legge contro la violenza familiare nei confronti delle donne. Il provvedimento stabilisce il diritto per la vittima ad avere un aiuto economico, un nuovo tetto, assistenza sanitaria e custodia dei figli. In attesa della sua approvazione, un mese fa, nel villaggio di Muzzaffarnagar una giovane moglie è stata violentata dal suocero: la comunità degli anziani chiamata a giudicare il caso ha stabilito che lei debba andare a vivere con lui, lasciare il marito e considerarlo da adesso in poi come suo figlio... Secondo uno studio statistico pubblicato dal Sunday Times of India e basato sui dati ufficiali del National Crime Records Bureau, nel 2004 sono stati 142mila i casi di violenza sessuale denunciati. La media è di 44 stupri al giorno, 132 molestie sessuali quotidiane all’anno, un omicidio al femminile ogni 80 minuti...
Nella prima metà dell’Ottocento il capitano T.S. Burt dei Royal Bengal Engineers pubblicò sulla rivista della Royal Society of Bengal il resoconto della scoperta dei templi tantrici della dinastia Chandella, a Khajuraho, nel Madya Pradesh. «Alcune delle sculture erano assolutamente indecenti e offensive, e di primo acchito fui molto sorpreso di trovarle in costruzioni dagli intenti pii e religiosi. Ma la religione degli antichi Indù non deve essere stata molto casta se permise, sotto la sua copertura, rappresentazioni del genere». I ventinove templi dominano ora la cittadina di Khajuraho, circondati da alberghi e negozietti di chincaglieria, e le immagini che ho di fronte sono quelle di una fanciulla a gambe aperte infilzata da un uomo che in ginocchio la tiene sollevata. Al suo fianco due donne lo assistono e intanto si baciano. Tutt’intorno gruppi maschili e femminili si impegnano in erotiche acrobazie...
«Io negli anni Settanta ero ancora un bambino, ma visti i pasticci che ancora oggi combinano alcuni nostri connazionali fra Poona e Goa, non stento a credere che allora dovesse essere un gigantesco puttanaio» mi dice off records un giovane diplomatico italiano. Per molti europei e americani il «passaggio in India» nacque su basi anarco-sessuali, l’idea che lì ci fosse quella liberazione dei corpi e delle menti che in patria, a loro dire, gli era negata. Le conseguenze furono spesso penose: patrimoni prosciugati, menti alterate, dipendenze da droghe... In Karma Cola, Gita Metha raccontò, praticamente in presa diretta (la prima edizione del libro è del 1979) l’incontro fra un Oriente e un Occidente foriero più di equivoci che di verità. Ashram si chiamavano - si chiamano - quei centri di meditazione e Poona divenne allora famosa per il Rajheshdan di Rajneesh, un santone indiano che girava in Cadillac, la sua segretaria che scapperà con la cassa, lui che verrà arrestato mentre era in volo per le Bahamas...
Fra l’erotismo tantrico dei templi di Khajuraho o di Kailasa a Ellora, dove il Linga, il simbolo maschile della sessualità, si erge maestoso fra miriadi di sculture che rappresentano l’unione sessuale come unione cosmica, e la loro riproposizione moderna come strada per una riuscita individuale, c’è probabilmente la stessa distanza e la stessa impossibilità a ricreare un mondo che un pagano moderno avrebbe oggi nel cercare di rivivere l’eros della classicità greco-latina. Ciò che tuttavia rendeva e rende quella prima esperienza ancora ipotizzabile e la seconda invece impensabile è che l’India rimane, agli occhi di uno spirito religioso ma senza fede, il terreno privilegiato degli archetipi, del mito, il sacro nella sua dimensione notturna, laddove, decretata la morte di Dio e trasformata la religione in istituzione quello che altrimenti gli resta è disperazione e/o rassegnazione.
Questa idea dell’India come giardino notturno dei grandi sogni è ciò che fa di Ellora o di Ajanta uno spettacolo incomparabile, più commovente, da un punto di vista religioso, di gran parte dei complessi architettonici dello stesso tenore, chiese, conventi, luoghi di culto, presenti in Occidente. Ciò che da noi nel corso dei secoli ha trasformato l’opera sacra in opera d’arte e che fa sì che si valuti la cattedrale di Reims o quella di San Marco dal punto di vista estetico, di fronte a una civiltà che ha mantenuto invece la sua dimensione mitica rimanda proprio all’elemento primigenio che fu alla base della sua creazione. Dedicato a Shiva, intagliato nella roccia come fosse la rappresentazione del monte Kailasa in Himalaya, abitazione della divinità, il tempio omonimo, grande due volte il Partenone, si presenta a chi visiti le grotte di Ellora come il silenzioso compendio atemporale di ciò che è stato e di ciò che sarà. Nella quiete di una giornata miracolosamente senza pioggia il mondo come illusione, il velo di Maya che lo rende tale, si ritrae davanti a una sensazione di assoluto quale raramente è capitato di provare. Le grotte spalancano uno dopo l’altro ingressi in cui le divinità di pietra dormono un sonno eterno che lo stridere dei pipistrelli accompagna come una ninnananna. Ogni volta che i raggi del sole battono sulla pietra la divinità sembra ridestarsi. Intorno è un silenzio che la cavità delle grotte amplifica e rende quasi palpabile...
Cominciato a Mumbai, la porta di ingresso di un Paese tragico ma non disperato, proseguito nel nord, in quella spiaggia di Alang metafora dell’incontro ancora a mani nude fra modernità e Terzo Mondo e poi nell’immaginario collettivo che ha nome Bollywood, fabbrica di illusioni ma anche di soldi per una nazione dove la miseria è una realtà quotidiana e la speranza, per quanto rassegnata, un imperativo, questo viaggio non poteva terminare che qui, dove la grandiosità del passato rende ancora più stridente il senso di una possibile eredità, accettabile solo in virtù di un continuo mescolarsi e rinascere, un eterno ritorno diverso eppure eguale, dove il cambiamento non è un valore, il progresso non è una conquista e la storia non è il destino.
(5. Fine. Le precedenti puntate

sono state pubblicate

il 20 e 27 luglio e il 3 e 6 agosto)