Sotto il Partenone i poeti sono ancora figli di Omero

In un Meridiano tutti i maggiori autori greci del '900. Che rileggono, alla luce della modernità, i maestri antichi

Ci sono libri che marcano la linea tra un prima e un dopo. Come capita con le scoperte geografiche. I cartografi, prima, scrivevano hic sunt leones, l’ignoto. Poi si delineano i rilievi, le valli, i fiumi: la civiltà dei nomi che sigla il coraggio degli esploratori. Prima di questo Poeti greci del Novecento (a cura di Nicola Crocetti e Filippomaria Pontani, «I Meridiani» Mondadori, pagg. 1896, euro 65), per il lettore italiano di poesia contemporanea l’atlante europeo recava una grigia lacuna: la Grecia. Oggi la frontiera cade. I curatori ci portano, a piene mani, le primizie di un mondo, e una mappa organica per farlo tutto nostro. È una vigna di oltre sessanta poeti (sei poetesse), centinaia di testi, tra cui molti tradotti o rivisti ad hoc, profili biografici e dati che garantiscono la saldezza del manuale, come si addice a un «Meridiano».
Sfogliamolo. C’è il crepitio della carta a grammatura finissima. Ma se tendiamo l’orecchio con compassione, rimbombano subito il grido e l’inno, lo stridore dei denti a rabbia e a vendetta, le canzoni di un popolo e il monito dei vati, l’orazione e il sermone, intervallati dal decapentasillabo (quindici sillabe, il verso greco moderno per eccellenza) del fucile, prolungamento della mano e dell’anima del clefta, il brigante montanaro che depreda Turchi e fratelli, del combattente, del partigiano e del patriota, in una terra che nella storia recente ha sofferto undici golpe, con il cuore oppresso dagli scarponi chiodati di invasori e despoti, a infangare i cenci patetici della tragedia e a frantumare le cetre degli aedi. Il tutto è intriso del miele antico del flauto e del fremito dell’arpa eolia, perché non si è greci, oggi, senza essere eredi dei Romii, gli imperiali bizantini del medioevo, e compaesani degli Ellenes, Pindaro, Platone, Omero, che hanno trasmesso da tre millenni e passa la lingua degli dei. Lingua unica al mondo per la coerenza con se stessa, che si ostina a esprimere come nomi femminili il mare, il giorno e il dolore, come sostantivo maschile la morte, e l’amore (lo spiega la poetessa Kikì Dimulà), èrotas, come plurale, di «genere indifeso, né maschile, né femminile», cioè primordiale sintesi di entrambi. Del resto, il segreto era già stato rivelato nel Simposio di Platone da un dionisiaco Aristofane, con il suo superbo mito dell’androgino.
L’introduzione, a firma Pontani (del respiro di un saggio) ci pilota tra epoche e stili, scuole e personalità dominanti. Ma l’antologia è così ben costruita che possiamo lasciar fare agli autori. Che i poeti spieghino i poeti. Nikiforos Vrettakos in Metamorfosi illustra un ingranaggio capitale di tutta questa poesia. «Mi trasformo» egli dice, e raccomanda agli amici di ricordarlo «come una farfalla che ogni mattina/ attraverserà il parco, accompagnando un/ bambino a scuola». Ci scuote pensare che, già per gli antichi, la farfalla era immagine dell’anima. Ma qui la parola chiave è il «come», gancio portentoso tra i mondi paralleli. È l’arte della similitudine, nata con Omero, impareggiabile fabbricante di metamorfosi. Odisseo, reduce a Itaca, accarezza il suo arco. È «come» un musicista che accorda lo strumento: infatti sta per eseguire il suo requiem di morte per i nemici. La similitudine raddoppia a specchio il racconto. Galvanizza la trama. Non c’è staticità, non c’è noia. Erompe la passione greca di comunicare, di regalare immagini, di condividere con l’altro la gioia di vivere e d’inventare. Creatività al diapason.
In Viron Leondaris i tetti palpitano «come mani insanguinate sotto la luna» e le strade bagnate «brillano come coltelli». Il silenzio che si trasforma in canto è per Jenny Mastoraki «come la fonte dei desideri/ e come la tasca del grembiule/ di mia madre». In Ghiannis Ritsos il poeta è un uomo ostinato, che a dispetto del tempo afferma: «Amore, poesia, luce». È simile a chi costruisce su un fiammifero una città con case, alberi, statue, belle vetrine, balconi, sedie, chitarre e treni che arrivano in orario... Così il poeta si riappropria della sua prerogativa: poietès, colui che fa, il creatore. «Noi siamo cetre un poco sgangherate...» esordisce Kostas Kariotakis, con le corde che vibrano come catene sospese al vento.
Ecco un secondo pilastro portante: la musica. La radice è remota, è Omero baciato dalla Musa, capostipite dell’arte dei suoni. In Grecia - anche quella di oggi - la poesia per tradizione immemorabile si canta. I musicisti aggiungono le melodie. Gli autori sono alti parolieri e il ritmo, la rima, la pastosità di una lingua così duttile sono i presupposti di un ascolto musicale, più che di una lettura intima e solitaria. Chi in quest’antologia ha tradotto i testi, salve le distanze tra i codici linguistici, ha spesso cercato di riprodurre lo spartito.
Terzo collante, poderoso, la «grecità». L’ambientazione è fornita da Ritsos: paesaggi duri some silenzi, scarsa acqua e luce immane che disegna ombre di ferro su colonne smozzicate, alberi pietrificati nella calce del sole, la luna d’agosto che piomba nella cucina come una pentola stagnata, la radice del fico che cozza contro i marmi sepolti. Stelle come spine su orizzonti di vento. E gli uomini? Masticano un tozzo di cielo, antidoto all’amarezza storica, mentre tra le sopracciglia una ruga scavata sembra un cipresso tra due montagne al tramonto. Non è remissione o vittimismo, ma lucente fierezza. La grecità si nutre di integralismo poetico, la coscienza che tutto ciò che ha a che fare con il verso è, da sempre, greco. Nasos Vaghenàs coglie Jorge Luís Borges in via Panepistimìu, ad Atene, e gli proclama: «nel profondo tu sei un Greco», mentre l’ombra ubriaca di Solomòs gli si affianca e Omero lo segue su un taxi nero, spegnendo sigarette, una dopo l’altra, e raccogliendo le monete d’oro che cascano dai denti dell’epigono, anche lui ricco della sua stessa cecità. Arte e storia sono inestricabili. Come due statue avvinte, puntualizza Nikos Patrikios, delle quali l’una, la poesia, pretende di immobilizzare l’altra, la vita, con la sua metrica secolare, come fece Dèdalo, che incatenò le sue sculture, troppo vive per starsene lì, immobili sui piedistalli.
L’eredità classica, anche se da alcuni ripudiata, pesa come un vivo sudario. Penelope continua a tessere, Elena a sedurre, i leoni acefali di Micene a minacciare, millenni dopo che Eracle ebbe eliminata l’ultima fulva belva greca, da qualche parte, laggiù nel Peloponneso.