Sovversivo ma a libro paga L’intellettuale napoletano incoerente come Pulcinella

A metà del Cinquecento Bernardino Daniello ebbe a scrivere che Napoli era «un paradiso ad habitare a diavoli». Più di due secoli prima della Repubblica partenopea, quella che stando agli storici illuministi e modernizzatori fu affogata nel bagno di sangue sanfedista, causa dell’inarrestabile decadenza della capitale campana, c’era già stato insomma chi si era reso conto che no, le cose erano più complicate e Napoli e i napoletani erano insieme incanto e orrore.
Come e perché ciò fosse avvenuto fa parte del mito, ma anche della realtà, dice Francesco Durante nel suo I Napoletani (Neri Pozza, pagg. 330, euro 17), libro dedicato al «mistero» della napoletanità, una sorta di fenomenologia, se vogliamo, del napoletano assoluto. Va detto che Durante è un napoletano atipico, non foss’altro perché è nato a Anacapri. In lui convivono elementi classici della napoletanità colta, l’erudizione, l’ironia, l’uso di mondo, un certo orgoglio proprio di chi sente di avere «radici», con tratti tipici della modernità novecentesca, l’amore per gli Stati Uniti, la sua musica, la sua letteratura, la condizione dell’emigrante... Giornalista, Durante ha fatto il suo bravo apprendistato al Nord, quel tanto che gli è stato sufficiente per fargli preferire, nonostante tutto, il Sud. È uno studioso di John Fante, il più italiano degli scrittori americani, e di Domenico Rea, uno che partì dal marxismo per poi approdare a una sorta di dandismo un po’ lazzarone e un po’ aristocratico. Di lui resta immortale una dichiarazione al tempo dell’uscita politica di Bettino Craxi: «Prufesso’ è caduto Craxi». «Ah. E chi è sagliuto?». Va detto che anche Rea era un napoletano atipico, essendo nato a Nocera Inferiore.
Il libro di Durante, scritto molto bene, si compone di una «teoria» e di una «pratica». La prima riguarda l’identità mitica e insieme classica dei napoletani, la seconda la loro condizione attuale alle prese con quel passato, sempre più un cliché e sempre però ingombrante, e con un presente divenuto inquietante nel suo adeguarsi agli stereotipi peggiori (la camorra, la spazzatura, i falsi invalidi, il traffico caotico, eccetera, eccetera).
Forse una chiave di lettura di I Napoletani può venir fuori dai soprannomi di cui godono il presidente della Provincia, Luigi Cesaro, e il sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. L’uno è noto come «Giggino ’a purpetta», l’altro come «Giggino ’a manetta». Se la «polpetta» rimanda in senso lato alla materialità, cibo, sussidi, sovvenzioni, la «manetta» sta per la legalità, l’ordine, il rispetto. La scelta dei nomignoli è tuttavia emblematica nell’estremismo che li connota: plebeo il primo nell’indicazione di un piatto povero, fatto di avanzi e in fondo democratico, una polpetta non si nega a nessuno; dittatoriale il secondo nel suo ridurre una questione civile a pratica giudiziaria, una sorta di ti sbatto dentro e butto persino le chiavi, delle manette, della cella, dell’intera città. Nella Napoli mitica e insieme mitologica, si sarebbe detto «festa, farina e forca».
Scrive Durante che nell’ultimo decennio Napoli ha avuto una sorta di rinascimento culturale, strettamente legato proprio alle «tremende negatività» prodotte nello stesso periodo. «Il libro di Roberto Saviano Gomorra; i film di Paolo Sorrentino e di altri più giovani registi, e le interpretazioni che ne hanno dato grandi attori come Toni Servillo; un’attività teatrale molto ricca, una scena vivace nel campo delle arti visive e nel numero quasi esorbitante di nuovi scrittori: tutti, chi più chi meno, si sono dovuti misurare con le stesse “emergenze” e hanno fatto in modo che Napoli, la disgraziata Napoli della monnezza e della camorra, diventasse la fonte privilegiata dell’immaginario nazionale».
È un’osservazione giusta, e tuttavia consolatoria. La cultura è da sempre il grande alibi con cui Napoli e i napoletani difendono l’indifendibile. E non è un caso che la città abbia forse il più alto numero di musei al mondo rispetto alle altre capitali: da quello dell’Emigrazione a quello dell’Attore, da quello della Canzone a quello di Totò, da quello della Musica a quello delle Tradizioni popolari... Spesso, nota ancora Durante, la loro direzione è affidata a intellettuali definiti con il simpatico appellativo di «“zoccole maltesi”, poiché “chiagnono e fottono” nel cono d’ombra dei più eterogenei regimi». Il cerchio, insomma, si chiude, nel senso di un sistema di potere che alimenta e sovvenziona il proprio dissenso, coltiva l’illusione di stare all’opposizione facendone in realtà parte. E, se si vuole, l’altra faccia del liberismo economico made in Naples quale emerge dalla canzone ’O libberista ’nnamurato dei Virtuosi di San Marino, una sorta di moderna sceneggiata al grido «M’aggia arricchi - comme vogli’i’ - comme dich’i’»...
«Se si escludono la metropolitana e le Vele di Scampia (peraltro in parte demolite) - scrive Durante - bisogna rassegnarsi a riconoscere che gli ultimi segni veramente forti della modernità nel tessuto urbano di Napoli li ha lasciati il fascismo». È vero e però sta anche a significare che mezzo secolo e passa di democrazia si è rivelato impari al compito di amministrare e far funzionare una città. Se a ciò aggiungiamo che nell’ultimo trentennio, dall’epoca Valenzi in poi, in pratica l’amministrazione comunale è stata di stampo «progressista», ovvero comunisti, postcomunisti, ulivisti, diessini, democratici o come diavolo si vogliono chiamare, si comprenderà come «le mani sulla città» del vecchio, celebre film di Francesco Rosi, non avevano bisogno di essere reazionarie per essere sporche.
I Napoletani è un bel libro, anche se la teoria la vince sulla pratica: il mito, alla fine, mitizza anche la realtà.