SPAGNA 1936 Franco e l’assedio finito in leggenda

L’Alcázar (dall'arabo al-qasr, fortezza) di Toledo, la «città santa» dell'esercito spagnolo, è un antico edificio che sorge su un promontorio i cui pendii orientali scendono quasi a picco sul fiume Tago. Da tre lati era praticamente inattaccabile, mentre sul quarto era protetto da una serie di bastioni e di mura che scendevano gradatamente verso la città...
Il 17 luglio 1936, quando scoppiò l’alzamiento, l'Alcázar era comunque semideserto. I cadetti erano tutti in vacanza e così gran parte dei militari. Erano rimasti soltanto gli attendenti, gli stallieri addetti alla cura delle cavalcature e pochi ufficiali, fra i quali il colonnello José Moscardó, direttore della Escuela de Gimnástica dell'esercito che aveva sede nello stesso edificio. Moscardó aveva sessant'anni ed era ormai al termine di una carriera piuttosto oscura... ma infine ne era giunta una grandissima: era stato destinato a guidare la squadra spagnola alle Olimpiadi di Berlino. Moscardó doveva infatti partire l'indomani e aveva già preparato le valigie...
La mattina del 18 luglio, Moscardó lasciò in auto Toledo diretto a Madrid. Lungo la strada, nonostante le ovvie reticenze della radio, capì che stava accadendo qualcosa di grave, ma solo quando giunse a destinazione i colleghi del ministero lo informarono che il generale Mola aveva acceso la miccia... Decise semplicemente di non partire per Berlino e risalì in macchina per ritornare a Toledo. Prima di lasciare la capitale, telefonò al suo aiutante, capitano Emilio Vela, in licenza a Madrid, per ordinargli di raccogliere quanti più cadetti potesse per ricondurli tutti all'Alcázar.
Superati in poco più di un'ora i 70 chilometri che dividevano Madrid da Toledo, l'anziano colonnello fu sorpreso, rientrando all'Alcázar, della folla che già aveva invaso l'antica fortezza. Si trattava di centinaia di civili impauriti e di decine di ufficiali di passaggio o in licenza che erano venuti a chiedere informazioni. Un'altra sorpresa lo attendeva poco dopo: riuniti gli ufficiali che intendevano aderire all'insurrezione, si scoprì che il generale comandante della piazza si era reso irreperibile e che, di conseguenza, il comando spettava all'ufficiale più anziano, cioè a lui. Moscardó lo assunse seduta stante senza esitazioni... In serata, giunse anche il capitano Vela accompagnato da sei cadetti, gli unici che era riuscito a rastrellare, i quali, con altri due che si erano presentati spontaneamente, facevano otto... Saranno questi ragazzi a costituire il fulcro della leggenda secondo la quale il comandante dell'Alcázar (e Moscardó non lo era) aveva sostenuto l'assedio «alla testa dei suoi eroici cadetti» (che erano appena sette). Ma tant'è. Franco, che evidentemente possedeva il bernoccolo del pubblicitario, nascose opportunamente la verità, cosicché l'eroica impresa dei «ragazzi dell'Alcázar» si diffuse in tutto il mondo...
Le armi non mancavano: 1400 fucili, 16 mitragliatori, 22 mitragliatrici, 4 mortai, 2 cannoni da 75, un milione e mezzo di cartucce, 500 bombe a mano e alcune casse di candelotti esplosivi. Quanto bastava per sostenere un lungo assedio. Drammatica era invece la riserva dei viveri...
Facendo onore alla sua fama di pignolo, il colonnello Moscardó fece anche il censimento dei presenti distinguendoli per categoria: in totale erano 1762. Le forze combattenti assommavano a 1205 uomini di cui 147 ufficiali, 688 Carabineros, 264 sottufficiali e soldati, oltre a 106 volontari monarchici o falangisti. I civili erano 557 di cui 322 donne, 94 bambini e 141 uomini fra i quali si contavano tre medici, due avvocati, un ingegnere, due elettricisti e una quarantina fra impiegati, insegnanti, bottegai, agricoltori, piccoli imprenditori... Quanto ai preti, dei 216 che avevano lasciato l'Alcázar ne sopravvissero soltanto 9: due che si salvarono con la fuga e gli altri perché accettarono di rinnegare la fede...
Il 23 luglio, un inatteso avvenimento incise profondamente sulla vita degli assediati. Il colonnello Cabello, comandante dei miliziani, ebbe l'idea di quella che sarebbe stata la più orrenda bestialità commessa dai repubblicani. Fatta riallacciare la linea telefonica con l'Alcázar, egli chiamò direttamente il colonnello Moscardó per informarlo a bruciapelo che il figlio Luís era nelle sue mani e che lo avrebbe fucilato se entro quindici minuti l'Alcázar non si fosse arreso. Poi, affinché si rendesse conto che non stava scherzando, gli passò al telefono il ragazzo. Del loro drammatico colloquio esistono varie versioni, poco diverse l'una dall'altra. Quella ufficiale, che è entrata nella leggenda, è stata scolpita su una lapide collocata successivamente sul muro dell'ingresso dell'Alcázar. Eccola: «Che succede figlio mio?». «Niente. Dicono che mi fucileranno se l'Alcázar non si arrende, ma tu non preoccuparti di me». «Se è così, figliolo, raccomanda l'anima a Dio e muori da spagnolo. Addio figlio mio. Ti abbraccio». «Anch'io papà. Un grande abbraccio».
Terminata la conversazione, il telefono fu ripreso da Cabello e Moscardó, quasi urlando, gli disse: «Risparmiatevi i quindici minuti. L'Alcázar non si arrende». Luís venne effettivamente fucilato due giorni dopo e la notizia diffusa dalla stampa estera sollevò lo sdegno generale e fece una pessima impressione anche fra i sostenitori della Repubblica. Nell'Alcázar invece produsse un effetto sorprendente: le discordie svanirono, il «partito delle colombe» si dissolse, tutti si convinsero che non bisognava arrendersi perché nessuno avrebbe avuto salva la vita. Anche il morale della truppa riprese quota e le diserzioni, che nei primi giorni erano state 36, cessarono di colpo.
Il 25 luglio, i due elettricisti presenti nella fortezza che erano riusciti a far funzionare una ricevente con le batterie di un autocarro, captarono Radio Madrid giusto in tempo per ascoltare un comunicato del governo che annunciava la resa dell'Alcázar. La falsa notizia gettò gli assediati nella disperazione: se fosse stata scambiata per vera anche dal generale Mola, nessuno sarebbe più venuto in loro soccorso. Era dunque necessario informarlo che l'Alcázar continuava a resistere e un giovane tenente, di nome Juan Alba, si offrì come corriere. Travestito da miliziano, egli attraversò le linee nemiche nottetempo e percorse a piedi circa 40 chilometri prima di essere scoperto e ucciso. Ma questo gli assediati non lo sapranno.
Intanto i giorni passavano. Il 15 agosto la festa dell'Assunzione fu celebrata con canti e preghiere fra quelle che cominciavano a essere le rovine dell'Alcázar. Le strutture interne stavano andando in pezzi, le torri e i bastioni esterni erano ridotti in macerie e il bombardamento era continuo. I cannoni tacevano solo nell'imminenza di un attacco, che tuttavia veniva sempre respinto con gravi perdite per gli attaccanti i quali avevano ormai raggiunto il numero di diecimila. Le scorte dei medicinali erano agli sgoccioli, i feriti venivano operati senza anestesia e la razione d'acqua era di un litro al giorno. Salvo la carne equina, i viveri erano ridotti a zero. Il colonnello Romero e il capitano Vela avevano organizzato alcune sortite notturne riuscendo a recuperare circa una tonnellata di fondi di granaio: orzo e frumento mescolati a paglia ed escrementi di topo che le donne provvedevano pazientemente a mondare. Mancava anche il sale, che ora veniva sostituito con il salnitro grattato dalle pareti delle cantine. Ma era poca cosa: si moriva di fame... mangiando solo carne. E Mola non si vedeva.
Il 22 agosto un SM-81 dell'Aviazione legionaria (ossia italiano) sorvolò l'Alcázar e lanciò degli involti che caddero nella «terra di nessuno». Sfidando il tiro dei cecchini, alcuni assediati riuscirono a ricuperarli: contenevano viveri, ma anche copie di volantini sui quali era scritto: «L'esercito saluta i prodi difensori dell'Alcázar. Stiamo marciando in vostro aiuto. Le nostre colonne avanzano rompendo ogni resistenza. Viva gli eroici difensori dell'Alcázar! Arríba España! Il comandante dell'Armata d'Africa, generale Francisco Franco».
L'effetto fu elettrizzante. Ora non c'era più solo da sperare nell'arrivo di Mola dal Nord, ma anche in questo sconosciuto generale Franco che arrivava addirittura dall'Africa. Per gli assediati non fu difficile concludere che la situazione si stava rasserenando, anche se ancora ignoravano che gli occhi del mondo erano puntati sulla loro eroica resistenza. I corrispondenti stranieri di Madrid avevano infatti trasformato la loro epopea in una sorta di romanzo a puntate. Non sapevano neppure, gli assediati, che il generale Varela, su ordine di Franco, aveva compiuto un autentico blitz e ora stava avanzando su Talavera de la Reina, 45 chilometri a ovest di Toledo.
Ogni mattina, Moscardó passava in rivista i suoi uomini. Gli ufficiali presentavano la forza come fossero in caserma: tanti morti, tanti feriti, tanti malati. Ci furono persino due nascite. Ma soprattutto si pregava, e quando le cannonate rimbombavano sopra le volte dei sotterranei, più alto si levava il coro delle preghiere...
Altre mine furono fatte esplodere nei giorni 21 e 23 settembre, ma gli assediati riuscirono sempre a respingere gli attacchi. Finalmente, la mattina del 25 settembre le vedette dell'Alcázar avvertirono un rombo sordo provenire da sudovest: erano le artiglierie del generale Varela che si stava avvicinando. Due giorni dopo, i legionari e i marocchini raggiunsero la periferia di Toledo e mentre i miliziani si sbandavano, ebbero subito inizio le carneficine e i saccheggi cui in analoghe occasioni le due parti si dedicavano con consueta reciprocità.
Il 28 mattino, i sopravvissuti dell'Alcázar poterono salutare le forze liberatrici. Il colonnello Moscardó, alla testa dei suoi uomini, con l'uniforme spazzolata alla meglio e i guanti bianchi, andò incontro al generale Varela. «Sin novedad en el Alcázar» lo salutò battendo i tacchi. Era la parola d'ordine dell'insurrezione, ma in quello scenario diventava una frase storica.
Il giorno seguente la stessa scena si ripeté davanti a Franco accorso a sua volta nell'Alcázar per celebrare il trionfo di un'impresa che si rivelerà una carta vincente della propaganda nazionalista. Salutati i difensori, Franco si rivolse ai giornalisti presenti. «Adesso la guerra è vinta» dichiarò. «La liberazione dell'Alcázar è stata la vittoria più importante della mia vita». Tre giorni dopo, Franco veniva nominato capo del governo e capo dello Stato spagnolo, nonché generalissimo delle forze armate di terra, di mare e dell'aria. Il mito del «Caudillo» sorgeva fra le rovine della ormai celebre fortezza, mentre andava declinando quello del generale Mola.