Spagna, 1936: questa è la vera storia della "quinta colonna"

A coniare l’espressione fu uno degli artefici dell’«Alzamiento», cioè
la rivolta di alcuni generali contro il governo repubblicano. Così la nazione, divisa in due, precipitò nel dramma che oggi non ha ancora superato

«Quinta colonna» è un’espressione che venne di moda nel 1936, ai tempi della guerra di Spagna. La coniò il generale Emilio Mola Vidal, uno degli artefici dell’Alzamiento: alle quattro colonne militari in marcia verso Madrid, disse in una conferenza stampa, si sarebbe aggiunta, al momento opportuno, una quinta, interna alla città... Alle elezioni di quell’anno, vinte dalla sinistra repubblicana, la capitale spagnola aveva rivelato una spaccatura pressoché verticale, con il 45 per cento dei voti alla destra nazionalista, e l’ipotesi quindi di una opposizione interna, nascosta e pronta a insorgere, non era affatto peregrina.
In breve tempo, l’immagine di una «quinta colonna» si trasformò in psicosi, perché ciò che valeva per Madrid era in fondo valido per tutta la Spagna, una nazione divisa a metà dove, indipendentemente da chi deteneva il potere, restava un’opposizione sconfitta eppure consistente, terreno di manovra per possibili attentati, resistenza attiva e passiva, cospirazioni, depistaggi. Alla tragedia di una guerra civile si aggiunse così il dramma di una lacerazione interna, frastagliata e sparsa lungo tutto il Paese, a prescindere dalla geografia politica dei due governi, l’insurrezionale e il costituzionale, che la combattevano.
Come se non bastasse, il «nemico interno» si colorò di un’ulteriore, anch’essa tragica, variante, che andò ad annidarsi nelle file di ciascuno dei due contendenti e che riguardava, come dire, più che il fine ultimo, la vittoria, il fine primo, ovvero perché si combattesse. Nel campo nazionalista, essa riguardò il falangismo e il carlismo da un lato e quello che, per comodità, definiremo il franchismo dall’altro, ma anche i loro alleati europei, il fascismo e il nazionalsocialismo. In campo repubblicano il fenomeno fu ancora più eclatante, perché vide schierati dalla stessa parte repubblicani liberali e repubblicani socialisti, comunisti e anarchici, consiglieri militari sovietici, lo stesso Cremlino. In breve, il franchismo liquidò la Falange e i Carlisti, i comunisti liquidarono gli anarchici, i socialisti e i repubblicani, la Russia usò la Spagna come «quinta colonna» all’interno delle democrazie parlamentari e poi l’abbandonò al suo destino, la Germania se ne servì per testare la propria aviazione, l’Italia per rafforzare la propria idea di grande potenza, l’idea di un’Internazionale fascista fu da Franco lasciata cadere, Russia e Germania si trovarono persino unite in un patto di non aggressione...
Su questo terreno ideologicamente minato e politicamente complesso, dove il revisionismo più che una scelta ideologica è una necessità storica, Pablo Rossi fa muovere i protagonisti del suo romanzo, L’ombra del poeta (Mursia, pagg. 508, euro 19), una narrazione fluviale che partendo dall’assassinio di Federico García Lorca ricostruisce intrighi internazionali e psicologie individuali, lotte intestine e trame oscure. Al centro di quello che come impianto narrativo è un classico giallo d’azione, ci sono le figure di un commissario della Seguridad repubblicana, Aguirre, un maggiore del controspionaggio nazionalista, Gutierrez, un ufficiale dell’Armata rossa, Dedalus: il primo impegnato a dare la caccia al secondo, suo nemico ufficiale, ma anche al terzo, che in teoria dovrebbe stare dalla sua stessa parte, quest’ultimo pronto a ucciderlo, se necessario, con l’appoggio proprio di chi la logica bellica vorrebbe suo avversario dichiarato, ma la superiore Ragion di Stato trasforma momentaneamente in alleato.
L’ombra del poeta parte, lo abbiamo detto, con l’eliminazione fisica di García Lorca, ed è un peccato che intorno alle circostanze di quella morte Rossi non vada un po’ più a fondo, perché anch’essa è un elemento importante nel cercare di comprendere la terribile ecatombe che fu la guerra civile spagnola. Una delle poche cose certe è che il poeta fu prelevato a Granada dalla Guardia Civil passata sotto il controllo dei nazionalisti e che l’arresto, mascherato come misura di protezione nei suoi confronti, avvenne nella casa dei fratelli Rosales, dove Lorca aveva trovato ospitalità e rifugio. I Rosales, oltre a essere suoi amici ed estimatori, erano anche i capi della locale Falange e José Rosales fece talmente il diavolo a quattro che il governatore militare autorizzò il rilascio del prigioniero dopo alcune ore, tempo però sufficiente perché fosse fucilato in tutta segretezza e con altrettanta segretezza seppellito in un’anonima fossa comune. Il «comunismo» di Lorca non gli aveva impedito di chiedere aiuto al falangismo dei Rosales, il «fascismo» di quest’ultimi non aveva loro impedito di darglielo e di battersi per la sua libertà, il militarismo ottuso di Gonzalo Quiepo de Llano, capo dei nazionalisti andalusi, aveva permesso a questi di dare una prova di forza rozza ma efficace, togliendo di mezzo da un lato «el rojo maricon», il frocio rosso, e dall’altro facendo capire a quelli della Falange chi comandava. Come tutti gli atti brutali e inutili, naturalmente non venne rivendicato, ma segnò un ulteriore passo verso la barbarie di una guerra indistinta e «senza prigionieri».
Rossi è simpateticamente più portato per le ragioni e i drammi della componente repubblicana del conflitto che non le ragioni e i drammi di quella nazionalista, e all’interno della prima le sue preferenze vanno a quella realtà minoritaria, democratica e legalitaria che sola forse può giustificare quella visione di uno scontro fra democrazia e dittatura che fu a lungo la vulgata di chi, avendo perso la guerra, vinse però la battaglia della sua rappresentazione ideale. Proprio perché a questa vulgata Rossi non crede, il romanzo è anche una dettagliata ricostruzione storica del ruolo dei comunisti spagnoli e di quelli russi, della progressiva trasformazione della Repubblica in una sorta di soviet di Mosca, dell’eliminazione degli anarchici, del terrorismo epuratorio nei confronti di chi combatteva dalla medesima parte.
Come facilità di lettura, L’ombra del poeta è un buon romanzo, pieno anche di colpi di scena. I personaggi sono però stereotipati e privi di un vero spessore psicologico: i militanti comunisti sono inflessibili, quelli nazionalisti macchine fatte per uccidere, l’inglese delle Brigate internazionali è un sincero democratico e così via. Basta leggere un romanzo di Koestler sul tema, o lo stesso Per chi suona la campana di Hemingway, a cui si deve del resto anche una pièce teatrale che ha per titolo proprio La quinta colonna, per rendersi conto di come un’analisi delle psicologie e dei comportamenti possa dar vita a capolavori di scrittura. Rossi, in realtà, fa dei suoi protagonisti delle maschere ideologiche, il che gli consente di correre speditamente nella trama, ma la impoverisce quanto a contenuto.
Un altro elemento del libro è la commistione fra realtà e fantasia. Nelle pagine sfilano personaggi realmente esistiti, Togliatti e Santiago Carrillo, Franco e i generali nazionalisti, Beria e Molotov, Koltzov e Luigi Longo. Sono un po’ come delle istantanee, o meglio delle cartoline, però non disturbano e contribuiscono alla veridicità del tutto. Più discutibile è l’inserimento di due scrittori come Malraux e lo stesso Hemingway, che Rossi motiva come una sorta di «debito morale» nei confronti dei romanzi da loro scritti, ma che nell’essere presentati come una coppia quasi di amici fa sorridere in chi sa quanto i due si detestassero e non perdessero occasione di farlo sapere.
In conclusione, L’ombra del poeta è un buon giallo, intellettualmente onesto per ciò che riguarda il campo repubblicano, intellettualmente stanco nel cercare di capire che cosa ci fosse in quello nazionalista, accurato nella parte tecnico-militare, armamenti, mezzi di trasporto, descrizioni di città, lodevole nel suo voler ripercorrere anni tragici con occhi in parte nuovi.