La Spagna ora si riscopre islamica

da Madrid
Nella provincia di Murcia, quella dove si allevano i tori più «bravi» di Spagna, si riuniscono gli islamici radicali per una «giornata» di indottrinamento degli imam. L’associazione Giustizia e Spiritualità chiede, intanto, la proclamazione dello Stato Islamico del Marocco e, «con il tempo», il riconoscimento di Al Andalus, il vecchio Stato musulmano in Spagna. Fra gli oratori il vicepresidente della mezquita Ashorouk-Amanecer di Cartagena e il presidente dell’Associazione degli Immigranti. Negli stessi giorni su un quotidiano madrileno esce una commemorazione dell’anniversario numero 815 della morte di Saladino. Quasi mezza pagina che ricorda la lotta e le vittorie dell’eroe musulmano che «liberò» Gerusalemme dai crociati, piegando guerrieri del calibro di Filippo di Francia e Riccardo Cuor di Leone, venuto dall’Inghilterra. Mantenendo la pace in Terra Santa «finché visse» e non gli subentrarono «i contrasti e le rovinose rivalità».
«Disfattismo», «collaborazionismo»? Sono parole facili e inesatte a descrivere l’atteggiamento di una parte almeno della Spagna nei confronti del mondo islamico. In tutta l’Europa esso è differente da quello degli Stati Uniti ma varia da Paese a Paese, di modo che Madrid si colloca all’estremo opposto di Washington. Soprattutto sul piano culturale.
Vi si riunisce il Forum internazionale dell’Alleanza delle Civiltà, organizzato per refutare l’idea che il mondo è condannato a uno «scontro di civiltà». Quasi una conferma del detto coniato da un esponente neoconservatore americano subito dopo la strage dell’11 settembre 2001: «Gli americani vengono da Marte e gli europei da Venere». Gli americani montano la crociata, alcuni europei una anticrociata; anche se gli obiettivi poi si assomigliano e comune è quello di disarmare l’estremismo islamico costruendo delle «passerelle di comprensione e riconciliazione».
La storia giudicherà fra chi ha visto giusto. Alla cronaca resta di porsi la domanda perché la punta di diamante di questo atteggiamento alternativo sia proprio la Spagna. Un perché che, se si guarda alla storia, è piuttosto ovvio. Gran parte dell’Europa ha avuto a che fare, in un modo o in un altro, con il mondo islamico, con le invasioni arabe, poi con l’espansione occidentale, seguita alle grandi scoperte geografiche, poi con la decolonizzazione, poi con il fiorire del fondamentalismo, dell’estremismo, del terrore.
Ma in Spagna c’è stato qualcosa in più, di unico: non fu un lembo del Paese ad essere conquistato e poi dominato dagli arabi ma quasi tutta l’Iberia, al punto che si può dire che per secoli la sola unità territoriale della Spagna fu sotto il segno dell’Islam. L’occupazione era stata quasi una guerra-lampo. El Cid combatté, a tratti, sotto la Mezzaluna. La Reconquista fu graduale e durò secoli. Qualcosa è rimasto, nonostante gli sforzi di «pulizia» etnica e religiosa dalle due parti.
Radici vecchie. Sotto il governo Zapatero le concessioni si sono spinte più in là, ma già Franco, il dittatore, fu il più filoarabo fra gli statisti europei. Nuda Realpolitik allora, rivestita oggi di ideologia, di quel laicismo a oltranza che ha portato alla divisione politica del Paese in parti quasi uguali, come confermato dalle recenti elezioni. E che investe tutta la politica estera, a cominciare dall’atteggiamento nei confronti di Cuba, che ha da questa parte dell’Atlantico il miglior avvocato. Proposte più o meno nuove, origini non soltanto nei secoli ma anche in un passato più recente. A testimonianza di come la Storia sia complessa ovunque e, in questo caso, soprattutto qui. È appena uscito un film, un documentario, dedicato ai marocchini che durante la guerra civile degli anni Trenta furono arruolati nell’esercito di Franco e associati alla «crociata contro i Rossi». Furono centomila fra i sedici e i cinquant’anni. Vennero soprattutto dalle tribù del protettorato e dai distretti coloniali più poveri e depressi come Ifni. Allo scoppio della ribellione del 1936 furono trasportati in madrepatria, combatterono le prime battaglie, le più dure, le più feroci. Ventimila caddero in combattimento, altrettanti e più morirono di malattie o subirono mutilazioni. Ne parlarono, all’epoca, solo i loro nemici «repubblicani», definendoli, sbrigativamente ma esattamente, «los Moros». Un po’ prima della fine della guerra furono rimandati a casa senza troppe cerimonie, tranne un drappello di cavalleggeri che rimase come guardia personale di Franco.
Li hanno sostituiti, in tempo di pace e di democrazia, gli immigrati, ormai il 10 per cento della popolazione di Spagna, il doppio che in Italia.
Il film si intitola Los perdedores, gli sconfitti. Il regista viene da Melilla, una enclave rimasta spagnola in terra africana, un «rudere» politico oppure - lo dirà il tempo - un crogiuolo di contatti e confronti. Quei perdedores furono la penultima ondata islamica in Spagna. L’ultima sono appunto i moltissimi immigrati dal Nord Africa. Ci sono degli oltranzisti, di quelli che cercano soltanto un lavoro, di quelli che sognano la restaurazione di Al Andalus e richiedono indietro le ex moschee di Cordova e di Granada. Un vicinato scomodo quanto in altri Paesi europei e più complicato perché più antico. La storia di Spagna è lunga.
In un museo di Madrid è aperta in questi giorni una grande mostra dedicata alla guerra di indipendenza della Spagna contro Napoleone, giusto due secoli fa, quella illustrata nei Disastri di Goya. Quella dei fondamentalisti contro la Libertà e i Lumi portati sulle baionette francesi. Il paragone con l’Irak è invocato di rado, ma forse è il più calzante di tutti.