Spagna, trionfo di RajoyLa sua "forza tranquilla" ha cancellato Zapatero

Dopo due tentativi falliti Rajoy è premier. Notaio prudente e pacato, è l’opposto del predecessore. Maggioranza assoluta per i popolari. <strong><a href="http://www.generales2011.mir.es/99CG/DCG99999TO_L1.htm" target="_blank">TUTTI I RISULTATI</a></strong>

Ha vinto la forza tranquilla di Mariano Rajoy. Mariano il notaio, paziente e tenace, questa volta ha vinto lui. Finalmente la sua strategia ha funzionato. Moderato e prudente nella campagna elettorale, il leader dei popolari ha navigato a vista sfruttando il vento. Trainato dal netto vantaggio dei sondaggi fin dall’inizio, ha evitando di prendere impegni troppo netti, in previsione delle scelte lacrime e sangue che dovrà fare una volta al potere. E in piena tempesta, la forza tranquilla di Mariano stavolta ha convinto.

Rajoy ci aveva già provato due volte. Tutte due andate male, la seconda malissimo. Era marzo, 2008. Zapatero era già in difficoltà, la crisi iniziava a chiedere i primi sacrifici, l’immagine del socialista vacillava. Mariano correva per vincere e non si era risparmiato nulla. Comizi, fatiche, critiche, sgomitate dall’interno del suo partito, tradimenti, i sacrifici della moglie Elvira a casa con i due figli a occuparsi di tutto il resto. Poi erano arrivati i risultati, inaspettati, crudeli. Le telecamere avevano inquadrato i suoi occhi increduli. Labbra strette per trattenere le lacrime, la moglie accanto sotto braccio come a sostenerlo.
Pochi sarebbero stati disposti a ripresentarsi per la terza volta. La battaglia all’interno del partito dopo la caduta era stata durissima, Esperanza Aguirre, «la dama di ferro» aveva capeggiato contro di lui una rivolta senza esclusione di colpi. Lui lo sa, si ricorda ma perdona, proprio come un politico vero. «C’è chi non mi ha appoggiato nel partito. Non abbiamo timori - li rassicura oggi- ho dimenticato tutto».

Diverso in tutto Rajoy il calmo da Zapatero il fenomeno, la meteora che allora era riuscita a bruciare tutte le tappe, a evitare la gavetta, quella pesante. Lui no, Mariano è in politica dal 1981, allora era deputato regionale nel parlamento galiziano per Alianza Popular, il partito conservatore postfranchista fondato da Manuel Fraga. È in quegli anni che prende forma anche il suo look: nel 1979 rischia di morire in un gravissimo incidente d’auto. Restano delle cicatrici profonde sul volto che decide di coprire con la barba. Sono i due governi Aznar a dargli finalmente lustro. Rajoy diventa ministro della Cultura e ministro dell’Interno e portavoce del governo poi.

Oggi, sette anni dopo il modernismo di Zapatero la Spagna vuole cambiare toni. E riecheggiano i titoli di coda di una festa in piazza durata fin troppo. Sulla Spagna progressista e moderna, paladina di sfilate gay, se glorificatrice di divorzi super veloci, può calare il sipario. Esce di scena il governo progressista, quello delle quote rosa a ogni costo, se ne va il laicista, il femminista Zapatero. Il «frivolita» - come lo chiamano adesso - lascia; va a casa e si porta dietro cocci e rovine. In tempo di crisi gli spagnoli hanno deciso di puntare sul concreto. Al suo posto entra il conservatore, il cattolico, il moderato: il politico vecchio stampo. Pacato, forse troppo, come lo accusano i suoi critici. Figlio di un giudice, 56 anni, anche lui laureato in giurisprudenza, e orgogliosissimo delle sue origini: «Mi sento galiziano fino alla punta delle dita», dice. Una rivendicazione che sa anche un po’ di sfida, soprattutto verso tutta quella stampa un po’ snob che non lo ha mai amato. «Il provinciale galiziano», così lo hanno apostrofato molte volte. Lo accusano di essere noioso, incerto, per niente carismatico, restio alle decisioni difficili. Lui si è sempre difeso rintanandosi nella sua alleata migliore: la pacatezza. «Non sono nè vago nè indeciso, ma mi piace riflettere prima di agire». Mariano così diverso da Josè Luis Zapatero, ma così diverso anche da Aznar, suo predecessore e suo padrino politico. Questa volta ha fatto tutto il destino. Lui ha solo dovuto gestire il progressivo crollo di popolarità dei socialisti, mantenendo il partito a metà strada. Da fuori sembra facile. Lui ce l’ha fatta perchè così è la sua natura: nè falco nè colomba, anche se i suoi nemici continuano a chiamare grigio.