Le "sparate" di un premier presenzialista

Istanbul - In questi quattro anni e mezzo che lo hanno visto al governo della Turchia, Recep Tayyip Erdogan è stato l’apostolo dell’Islam moderato (questo almeno secondo lui) e soprattutto di un nuovo modo di rapportarsi con il mondo dell’informazione. I momenti più esaltanti della sua vita politica li ha vissuti circondato dai microfoni, a cui si è sempre concesso con grande disponibilità. Presenzialista fino a soffrire di ansia mediatica, Erdogan - il comunicatore, non il primo ministro - in questa campagna elettorale ha tirato fuori “bombe” da fare concorrenza alle bufale sulla campagna acquisti del Fenerbahce e del Galatasaray, salvo rimangiarsele pochi giorni dopo.

L’argomento che l’ha visto protagonista di dichiarazioni storiche, seguite da imbarazzanti smentite, è stato l’invasione del nord dell’Irak da parte dell’esercito turco. Lo scorso 24 maggio, quando i sondaggi lo davano in decisa flessione rispetto ai risultati del 2002, anno in cui vinse con una percentuale quasi plebiscitaria, aveva dichiarato in diretta televisiva: «Se i militari lo chiederanno, il Parlamento autorizzerà l’operazione». Il Capo di stato maggiore, generale Yasar Buyukanit, interventista convinto, è rimasto a bocca asciutta, in compenso i sondaggi il giorno dopo volavano. Così tanto che, nel prosieguo della campagna elettorale, più volte lui e il ministro degli Esteri, Abdullah Gül, sono tornati a minacciare l’uso delle forze armate contro i ribelli del Pkk, per poi dire che la situazione era sotto controllo e che fino alle elezioni non ci sarebbe stato alcun intervento.

E a proposito di curdi (l’argomento lo stimola particolarmente) il premier uscente ha più volte aperto alla possibilità di una coalizione parlamentare con i candidati indipendenti. Ma anche su questo punto Erdogan si è rivelato indeciso.

Dopo aver teso la mano alla minoranza più numerosa del Paese ha pensato bene prima di dichiarare: «Non avremo bisogno di nessuna alleanza con i curdi perché vinceremo anche da soli». Poi dopo due giorni, il parziale ripensamento: «Apriamo agli indipendenti curdi solo se rinnegano il Pkk».

Capitolo Presidente della Repubblica. Qui il premier ha perso le staffe. Dopo un’apertura (clamorosa) all’opposizione per trovare un nome di compromesso da candidare alla carica più alta dello Stato, Erdogan ha poi ripiegato dicendo che il candidato di garanzia andava scelto esclusivamente all’interno del Parlamento. E Baykal da interlocutore principale è diventato «un mulo con gli occhiali».

Infine l’ultimo, grande fuoco d’artificio: il suo ritiro dalla vita politica. A una settimana dalla fila alle urne Erdogan, con una voce spezzata dalla raucedine e sua moglie Emine che gli passava il succo di limone, ha dichiarato solennemente: «Se non vinco come la volta scorsa, in modo da governare da solo, lascio la politica». Questa volta il premier uscente non ha avuto bisogno di smentire: tanto sa che a una sparata del genere in Turchia non crede nessuno.