Spari, ballate e corsa all’oro Il vecchio West si racconta

«Tutti a bordo!». Non è un comando marinaro. Chi sbraita il richiamo al gruppetto in attesa, tra fagotti, bauli e cappelliere, è un postiglione. Anzi «una frusta»: un navigante di distese d’erba e di roccia, praterie e massicci del Continental Divide, lo spartiacque americano tra i fiumi atlantici, l’imponente e melmoso Missouri o il rigoglioso Platte, e il Grande Bacino, orientato al Pacifico, con il Sacramento e il Rio Colorado. L’auriga ha nelle braccia, nelle spalle, nelle dita, l’acciaio per tenere in riga con le immense redini le pariglie di diavoli fumanti che sbuffano lì, davanti a lui, pronti a galoppare per 60 miglia in sei ore. Nel piede serba il velluto per manovrare il freno, quando le ruote, librandosi sull’abisso, strappano scintille al granito, giù a valanga per le carovaniere scoscese della Sierra Nevada o delle Montagne Rocciose, mentre i passeggeri sentono i loro bulbi oculari schizzare dalle orbite.
È l’epopea della diligenza, che albeggia con la corsa all’oro verso la Golden Coast della California, nel 1849, e tramonta vent’anni dopo, quando il treno inaugurale sferraglia sulla Pacific Railroad, da oceano ad oceano. È un ventennio cruciale per la coesione degli States, e la diligenza ne è uno dei principali collanti. È noto il dissidio tra nordisti e sudisti, che esplode nella Guerra di Secessione. Ma anche tra Est e Ovest il rapporto non è idilliaco. Nel 1850, la California viene annessa, promossa da «dipartimento» a «stato dell’Unione». A San Francisco si tripudia. Ma ci vogliono cinquanta giorni per recapitare una lettera da Santa Fe, capitale californiana, a Washington. Troppi, per la politica e l’economia dell’Est, determinate a conservare possesso e controllo sulle nuove terre occidentali. I binari, le macchine a vapore sono la soluzione moderna: ma a lunga scadenza. Intanto, impera il tiro a sei. Il modello dei sogni è la Concord, fabbricata su ordinazione nell’omonima città del New Hampshire dalla ditta Abbot-Downing, e consegnata ai californiani, nuova fiammante, con navi da carico che doppiano Capo Horn. È un capolavoro dei mastri d’ascia. La carpenteria, ridotta all’osso, è di costosa tempra norvegese. Pannelli di pioppo luccicante rivestono lo scheletro di frassino, elastico e robusto, sagomato a curve sensuali, come una nave o un corpo di donna.
Il romanzo della diligenza (e del suo Pigmalione, James E. Birch, l’uomo che sulle quattro ruote costruì un impero) si legge d’un fiato in una deliziosa antologia, Il grande libro del West americano (a cura di N. Pennacchietti e C. Rodotà, Cavallo di Ferro, pagg. 333, euro 18,50), di caratura letteraria: brillano le firme di Mark Twain e di Jack London nella sezione «Racconti e leggende»; nelle «Testimonianze» ci imbattiamo nella penna brava di Teddy Roosevelt che rievoca una sua battuta al pecari sul fiume Nueces, in Texas (il Presidente apprezzava la prodezza «americana» del maiale selvatico); con il capitolo «Canzoni e ballate» entriamo nel mondo del leggendario John A. Lomax, che da giovane «ranchero» (poi letterato di Harvard) annotò serenate e componimenti dei cowboy, rozze, ma potenti liriche, figlie del filone popolaresco anglosassone, care alla vena country di Joan Baez. Da tutte queste pagine ci avvolge la colonna sonora del West, frasi lapidarie con dentro una vita.
«Filone cieco!». È l’inno di vittoria dei minatori, argonauti nomadi con la libertà e il rischio in cuore, che a frotte si avventano a tosare il vello d’oro dell’Ovest. Chiuso nel suo letto di argilla e di pietra, il «filone cieco» è la vena sotterranea, quindi pubblica, che appartiene a chi la scopre, e si precipita a chiederne la concessione. Da povero «desperado» d’un cercatore, a milionario. A patto di iniziare i lavori di scavo entro dieci giorni. E c’è anche chi, ubriaco di fortuna, perde la nozione del tempo e dilapida il fatidico periodo ad almanaccare sulla futura vita da ricco: salvo scoprire che la vena è confiscata, registrata legalmente a nome di un altro.
«Mani in alto!». La giaculatoria introduce il rosario delle colt a sei colpi. Sceriffi contro la confraternita della rapina a mano armata: i fratelli James, pionieri del gangsterismo che di romantico non ha niente, gli Jounger, i Dalton, Butch Cassidy, la banda «Hole in the Wall», Buco nel Muro, che si acquatta in una fenditura di roccia, lassù nel Wyoming. Lo scenario d’inizio è il treno in corsa, carico di dollari, o la banca fuori mano: quello finale, il tavolaccio dell’obitorio, per la foto numerata. Nel West, il crimine non paga.
«Sulla parola!». La formula incredibile risuona nella banca del West, selvaggio, ma trasparente, dove i prestiti si suggellano con una stretta di mano, un metodo che affaristi e revisori governativi dei conti venuti da Washington non digeriranno mai. Eppure, il biglietto verde galoppa anche per praterie e piste polverose.
«Vedo!». È la fanfara del poker, despota dei saloon e dei club. Meriterebbe un volume a sé.
«Up-pi, ti yi!». La sintesi sonora del West, la cantilena del cowboy. È lui il protagonista, che raduna il bestiame, snocciola la ninna nanna ai «dogies», i vitelli orfani, s’avvia sotto le stelle sul tratturo, centinaia di miglia verso Tucson, capolinea della carne. È un duro, in sella al simbolo con gli zoccoli, il mustang, che discende dai cavalli dei conquistadores, persi nei pianori, o al puledro americano che ha il sangue dei corsieri arabi, appartenuti ai primi faraoni. Il libro lo conferma: il West non è solo storia e geografia, è tessuto sul telaio del mito. È uno stato mentale.