Spartaco, la lotta di classe è un mito

Spartacus il Trace è un personaggio epico. Come tale lo ricostruisce Aldo Schiavone in Spartaco (Einaudi, pagg. 128, euro 20). Schiavone opera da scienziato della storia, sul filo delle fonti antiche, risicate e frammentarie. Non alimenta miti, è un nitido biografo. Ma dissemina un indizio. Sottotitola, in copertina, Le armi e l’uomo, un rimando all’Arma virumque cano, «Canto le armi e l’uomo», l’attacco dell’Eneide. Nell’epopea di Virgilio l’eroe è un buono, il pius Enea, un automa del Fato che dalla sua Troia in cenere approda al Tevere per piantare i semi di Roma caput mundi e blasonarne i futuri Cesari con natali divini.
Senza Enea, e senza il suo postumo impero di schiavisti, non ci sarebbe Spartaco. Sono le due facce di un’unica medaglia, ma mentre il primo è un idolo poetico di propaganda, il secondo è un uomo reale che per due anni, tra il 73 e il 71 a.C., fu in prima pagina nella cronaca nera, terrorista e guerrigliero alla testa di brigate di dannati in rivolta. Il fragore delle armi fu la colonna sonora dell’avventura, ripartita da Schiavone in tre atti, come un dramma classico: il fuggitivo, prologo; il condottiero, sviluppo; il soccombente, catastrofe. Le sue prime armi furono romane. Come molti compatrioti, vestì la divisa di ausiliario delle legioni. Fece sua la disciplina del gladio, assimilò le tattiche e i protocolli operativi dei consoli, una perizia che seppe sfruttare quando mise alla frusta gli antichi superiori. Ci fosse stato ai suoi tempi un colonnello Trautman, l’addestratore del marine John James Rambo, avrebbe detto di lui: «È il migliore in combattimento, con il fucile, con il coltello, perfino a mani nude». Affinò le arti marziali alla scuola dei gladiatori di Capua, sotto la guida di Batiato, un impresario degli spettacoli cruenti nell’arena.
Lo storico non sa spiegare come Spartaco sia arrivato all’ombra del Vesuvio. È probabile che da miles, soldato, si sia fatto disertore. Sfuggì al patibolo perché il fisico possente e la grinta ferina lo candidavano a star dei massacri a pagamento, tra gli spalti affollati dalla bella gente annoiata dell’urbe. Le epigrafi e gli antichi graffiti documentano la precarietà dei gladiatori. Pochi scampavano a più di qualche incontro all’ultimo sangue. Sulla sabbia rossa, Spartaco imparò a sopravvivere. Ma non gli bastava. Voleva vivere. E questo comportava la fuga, la sfida, lo scontro finale. Il primo teatro d’azione fu il crinale del vulcano. Vi si acquattò con poche decine di altri schiavi evasi, il nucleo del suo esercito raccogliticcio. La milizia romana, la guarnigione di Capua, si attenne alle regole: stabilire il contatto con il nemico, chiuderlo all’angolo con lente e prevedibili manovre di accerchiamento lungo il sentiero che saliva alla cima.
Ma Spartaco era un creativo della guerra clandestina, non a caso venerato dal Che, un altro specialista delle mischie tra boscaglie e burroni. L’ex circense trasformò il caos di lava solidificata in un campo favorevole ai suoi. Cogliere l’attimo e sfruttare tempestivamente le risorse del terreno ostile: sono chiavi di volta della guerra per bande. Spartaco ne divenne maestro, fino a meritare la citazione negli Stratagemmi, manuale bellico di Frontino. Usò le viti selvatiche vesuviane, dai tralci flessibili, per allestire scale di fortuna, e aggirare l’avamposto romano. L’assalto vittorioso diede accesso all’arsenale del castrum. Ora i ribelli disponevano di vere armi romane. Gettarono al vento le ferraglie da gladiatori, gli spiedi da cucina, le lance improvvisate con pali di legno dalla punta temprata ai falò dei bivacchi. Plutarco sottolinea il valore iniziatico e gioioso della vestizione. Spartaco ormai rivestiva i galloni da comandante. Nominò i luogotenenti. Clonò l’organizzazione nemica, su cui manteneva un vantaggio: non aveva onore da perdere. Il rischio era la sua strategia. Si mosse con velocità, ferocia e furbizia. Costruiva postazioni fantasma con cadaveri appesi alle staccionate, mimetizzati da sentinelle, per attirare i regolari di Roma e colpirli alle spalle. Aveva anche un piano?
Su questo punto gli storici discutono. Schiavone boccia l’ipotesi che Spartaco volesse guidare i suoi ai valichi alpini, per poi sciogliere le fila e ciascuno per la sua strada. Se ne avesse avuto l’intenzione, l’avrebbe fatto subito, senza peregrinare in fuga e in rapina per l’Italia, tremila chilometri di andata e ritorno con le legioni alle calcagna. Forse fantasticò di riparare in Sicilia, terra di rivolte (pochi decenni prima Euno, uno schiavo e mago siriaco, vi aveva creato un bislacco regno ellenistico), ma i Traci non erano marinai, e le acque agitate dello stretto di Messina si rivelarono invalicabili. Alla fine, Roma fece sul serio. Il generale Crasso lo affrontò nell’ultima battaglia. Spartaco, prima di attaccare, sgozzò il suo cavallo. Era un gesto rituale, che rivela il misticismo. Ma spiegò anche il gesto con fredda razionalità: «Se vinco, ne avrò a migliaia, di cavalli. Se perdo, questo non mi servirà più».
Fu sconfitto, com’era logico. Cadde crivellato, per risorgere subito nella leggenda. Schiavone, da storico, mette in guardia dal mitizzarlo. Spartaco non fu un eroe di classe, caro ai paradigmi di Marx, che lo stimò come unica personalità di valore del mondo antico, un alfiere del proletariato. Non esisteva una coscienza di classe, di cui lo schiavo redento si facesse manifesto. Semplicemente perché il mondo di allora non funzionava per classi. Spartaco poteva issare davanti alle sue truppe una provvisoria bandiera, non un’idea. Sallustio, con disincanto, commenta: «pochi vogliono la libertà, la maggior parte vuole padroni giusti». Sappiamo che il Trace agiva anche per amore. La sua donna, un sacerdotessa di Dioniso, lo seguì nelle traversie, sfumando non si sa dove. Ma quando irrompe l’eros, la storia si spegne e si accende la fiction.