La speranza costruita sulle rovine

Alle rovine del tempo: forse questo titolo sarebbe piaciuto ad Ernst Jünger. Talvolta evocato in qualche saggio del volume che invece ha come titolo Semantica delle rovine (manifestolibri, pagg. 405, euro 30, a cura di Giuseppe Tortora). E tuttavia, Jünger è «spiritualmente» presente nei vari saggi (di Alcaro, Costa, Dal Lago, De Carolis, La Cecla, Masullo, Mazzarella, Prestipino e altri) raccolti in questo libro. Le rovine sono perlopiù considerate, dagli autori, nella duplice prospettiva della pietas romantica (la cura) e della memoria. Ma è il tempo, la sua impietosa voracità, il vero tema del libro. Al di là dei lamenti estetizzanti, le rovine ci parlano del tempo. Della nostra creaturale finitudine. Della nostra transitorietà. Ci parlano della morte. Come ci parla della nostra morte Pompei, la «città morta» per eccellenza, che fa da sfondo simbolico a gran parte dei saggi. Pompei, la solare civitas mediterranea sulle cui forme dileguanti - sulle cui rovine dissolventi - proietta la sua ombra meridiana la morte.
Le rovine testimoniano la caducità di ogni progetto umano. Anzi - come scrive Tortora, citando Walter Benjamin -, esse sono allegoria della nostra fragile esistenza. Malinconiche tracce, polverosi frammenti delle nostre «umane, troppo umane» - e per questo inutili - «volontà di potenza». Le rovine - come quelle della «città morta» di Pompei - ci ricordano la vanitas dei nostri affanni quotidiani. Se tutto ciò che è può diventare niente, allora vuol dire che tutte le cose sono attraversate dalla contingenza. Solcate, corrose dal nulla. Tutte le cose, cioè, sono instabili, infondate. Non esiste nulla di eterno.
Che cosa ci resta da fare, per sottrarci all’insensatezza del nostro inutile «fare» che si illude di durare confidando - come diceva Simone Weil - nella forza delle opere? Che cos’altro possiamo fare, per non restare inchiodati, schiacciati al «muro del tempo»? Non ci resta che assumere il tempo della natura al posto del tempo della storia, come proponeva Jünger. Unico antidoto per immunizzare la nostra anima dalla disperazione. Ed è un antidoto che possiamo procurarci inoltrandoci nella «città morta» di Pompei. Nelle sue rovine. Dove il tempo della storia è stato divorato dal tempo della natura. Quella natura che la storia degli uomini aveva per un po’ soggiogato con l’aiuto della tecnica, con l’aiuto della politica, con l’aiuto dell’arte. Quella natura che ora, finalmente, si riappropria di ciò che l’operare umano le aveva provvisoriamente strappato. E se ne riappropria con «ironia».
Che senso ha continuare a fare l’anatomia estetica delle rovine? Se a rovinare è il mondo intero e non solo quelle cose «fatte con arte» dall’uomo - la città di Pompei -, è del mondo intero che bisogna fare l’anatomia. E questo presuppone uno sguardo completamente - «ironicamente» - disincantato. Disincantato anche rispetto al pathos della tradizione tragica, come ci ha insegnato Gottfried Benn. L’unica forma - l’unico «stile» - per raccontare la tragedia delle rovine umane, è infatti «il comico». Non è forse nella «commedia» che Dante ci ha raccontato la «tragedia» del nostro inquieto fare?
È vero: tutte le cose che scorrono e dileguano ci appaiono vane. Ci appaiono vane le città. Quei luoghi - come Pompei - dove la politica ha organizzato civilmente il conflitto commettendo, necessariamente, umanamente, il «peccato di hybris». Ma è alla vanità di queste cose - alla vanità delle infinite città immemorabili - che siamo obbligati ad aggrapparci. Poiché la vanità è la condizione nel cui orizzonte sperimentiamo le cose vane. Non ne abbiamo altro. Nulla in questa vita sembra aver ragione. Eppure, è per questa insensatezza che trascorriamo la nostra esistenza a cercare un’impossibile ragione. Non c’è nulla di tragico, in tutto questo. Non fosse altro perché, tutto questo, è comico. Comico cercare disperatamente un senso, laddove ci appaiono solo rovine. Comico cercare un brivido estetico, laddove ci appare la tremante agonia di un mondo pietrificato sull’orlo della catastrofe, sull’orlo del nulla, come ci raccontano i saggi pubblicati sull’ultimo numero della rivista Davar (La bellezza e il nulla, ed. Diabasis, pagg. 331, euro 21,50). Giacché, tutto ciò che non è divino, è nulla. Ecco perché la Bellezza, da sola, non può salvare. Se la «sola verità di questo mondo è la morte» - come scrive Céline nel Viaggio al termine della notte -, se è la «catastrofe» di Cézanne, il «caos» di Klee, il «grido» di Munch, la «carne macellata» di Bacon, gli «inferni» che Rilke raccontava a Lou, a costellare le nostre esperienze, come può l’arte salvarci dall’abisso? Come possiamo, con i nostri «occhi impiastrati di terra» - diceva Kafka - cogliere gli ultimi bagliori della Bellezza, in un mondo in disfacimento?
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