La spesa per i forestali calabresi? Il doppio dei ranger del Canada

Sono sempre lì quei 160 milioni. Sono una costante di tutte le leggi di bilancio quelle due parentesi che contengono lo stanziamento relativo alla vecchia Unità previsionale di base e che suonano un po' anonime con il loro burocratese: (22.2.1) (4.2.1). Ma quando si legge il titolo, tutto si fa più chiaro: «contributo speciale alla regione Calabria per l'attuazione degli interventi straordinari di competenza regionale nei settori della silvicoltura, della tutela del patrimonio forestale, eccetera».
Sì, avete capito bene sono i «famigerati» forestali calabresi, un esercito di circa 10.500 persone deputato alla sorveglianza e alla tutela di un'area boschiva di 6.500 chilometri quadrati. Due volte e mezzo i ranger canadesi che sovrintendono a un patrimonio forestale di 400mila chilometri quadrati. Ma si tratta di un'eredità del passato, dei tempi dell'intervento straordinario per il Mezzogiorno, quando un socialista alla Mancini o un democristiano alla Misasi con un'alzata di sopracciglia elargiva un posto pubblico o una pensione di invalidità. Ci aveva provato pure il severissimo Roberto Calderoni a risolvere il problema nel 2004 ma senza successo. Si sono succeduti due governi Berlusconi e un governo Prodi, nel frattempo sono passati tre governatori regionali (Chiaravalloti, Loiero e Scopelliti) e il contributo è sempre lì, uguale a se stesso 160 milioni necessari per coprire i due terzi del costo del pattuglione (gli altri 80 milioni li mette la Regione).
Perché nessuno ha fatto niente? Molto semplice: il mero effetto annuncio produce automaticamente un blocco sine die della Salerno-Reggio Calabria «occupata» dai protestanti. E così l'unica corsia per senso di marcia (giacché i lavori lì sono perenni) è inutilizzabile. Insomma, si tratta anche di una tassa sul quieto vivere anche se prima o poi bisognerà smettere di pagarla. Certo, c'è sicuramente uno squilibrio considerato che il ministero devolve 160 milioni alla punta dello Stivale per i forestali e solo 4,157 milioni a tutte le altre Regioni.
Comunque il contributo per i forestali calabresi fa parte di un ambito più complesso del bilancio del ministero dell'Economia che è quello dei trasferimenti agli enti locali che vale circa 650 milioni (745 milioni considerando pure i trasferimenti per Venezia che vedremo in seguito). A fare la parte del leone è il contributo per il risanamento finanziario del Comune di Roma con 300 milioni di euro per agevolare il piano di rientro.
Si potrebbe affermare che quel denaro è necessario per non bloccare finanziariamente la Capitale prostrata dai 12,4 miliardi del «buco» lasciato in eredità da Walter Veltroni. Non l'ha creato tutto l'ex sindaco sia chiaro ma è l'eredità di una cinquantennale gestione allegra delle casse capitoline e che comprende ancora somme inevase relative agli espropri per le Olimpiadi 1960. In ogni caso, lo Stato anticipa a Roma il denaro per pagare i mutui sul debito e al tempo stesso non azzerare l'ordinaria amministrazione. Sul capitolo in questione il sindaco Alemanno e il ministro Tremonti hanno più volte battibeccato, ma fino a quando il Comune non riuscirà a dismettere parte del proprio patrimonio immobiliare per fare cassa e sgravarsi di alcuni oneri, l'impressione è che i contribuenti italiani pagheranno un pezzettino della mondanità veltroniana, degli interventi per il Giubileo e anche delle Olimpiadi del 1960 che vi abbiano assistito oppure no.
Roma beneficia poi di parte dei 50 milioni per i Comuni in gestione commissariale straordinaria e nel 2012 riceverà altri 30 milioni per le infrastrutture. C'è poco da lamentarsi visti i tempi di magra.
La singolarità di questo capitolo del bilancio dello Stato, tuttavia, è la sua vocazione puramente assistenziale. Si respira in tutte queste voci un odore di vecchia politica: l'arte di costruire il consenso garantendo un po' di mance a tutti quanti.
Ecco perché vi si ritrovano i 18 milioni di annualità ventennali per gli interventi edilizi del Comune di Napoli che di qualche metro cubo di cemento in più ha sempre bisogno perché c'è gente che vive ancora nei «bassi». E poi ci sono 47,5 milioni di annualità quindicennali per gli interventi sul patrimonio idrico degli enti di bonifica e dei consorzi, altra pagina «storica» del keynesismo all'italiana.
Infine 40 milioni per il trasporto pubblico locale nelle Regioni dei quali 35 allo scopo di sostenere il settore e 5 milioni per acquistare veicoli a basso impatto ambientale come possono essere bus a metano o elettrici o altre amenità del genere. Tanto pagano i cittadini.
Alla «storia d'Italia» i nostri politici sono proprio affezionati, altrimenti avrebbero rimosso da tempo quei 2,5 milioni per gli interventi nel bacino idrico dell'Arno, ma siccome un altro 1966 è sempre dietro l'angolo avranno pensato che anche un micro-stanziamento può esorcizzare una nuova sciagura.
Questa carrellata non poteva non concludersi con due voci dal gusto un po' retrò. Si tratta di due contributi per l'assunzione dei dipendenti di istituti finanziari meridionali disciolti: 485mila euro vanno all'Arsial Lazio e 765.551 alla Regione Campania. In totale fanno 1,25 milioni di euro per conservare alla patria alcuni dipendenti pubblici che altrimenti avrebbero rischiato di perdere il posto. C'è poco da dire, la morale è sempre la stessa: la spesa pubblica improduttiva impoverisce lo Stato e i cittadini, ma evita le rivolte sociali. Fino a quando questa equazione sarà ritenuta valida da parte della classe dirigente?