"L'attesa" non è vana: gli italiani partono bene

L'esordiente Piero Messina: "Non ho fatto un film alla Sorrentino. La Binoche? Era un sogno ma lei ha accettato la parte"

da Venezia

Risulta a tutti difficile non nominare il nome di Paolo Sorrentino per il lungometraggio di debutto di Piero Messina, suo assistente alla regia in This Is Must Be The Place e La grande bellezza. In realtà L'attesa , il primo dei quattro italiani presenti nel concorso di Venezia 72 accolto in maniera contrastata alle due proiezioni per la stampa (in una solo applausi, nell'altra anche qualche «buu»), inizia con alcune sequenze che possono ricordare il modo di girare del regista premio Oscar, da cui subito si discosta per temi e anche per stile. Film quasi tutto al femminile, L'attesa , che Medusa distribuirà nelle sale dal 17 settembre, ruota attorno a una madre, interpretata da Juliette Binoche, reduce da un lutto improvviso e una giovane ragazza francese (Lou De Laâge), che si presenta come la fidanzata del figlio Giuseppe in questa villa antica nella campagna siciliana dove c'è un'aria da funerale recente con segni evidenti come i teli sugli specchi. Ed è proprio il ragazzo a mancare all'appello anche se tutte le sue cose sono in casa. Come il cellulare che ora la madre utilizza per ascoltare i messaggi lasciati in segreteria dalla fidanzata del figlio che continua a cercarlo senza successo. Le due donne trascorrono così alcuni giorni a stretto contatto spezzato solo dalle sporadiche presenze maschili, il tuttofare Pietro (Giorgio Colangeli) e due ragazzi incontrati al lago (Domenico Diele e Antonio Folletto) con i quali balleranno sulle note di - addirittura - Waiting for the Miracle di Leonard Cohen in una tipica sequenza ormai immancabile nel cinema italiano (in Banat dell'esordiente Adriano Valerio visto nella sezione Settimana della critica c'è invece Se t 'amo t'amo cantata da Rossana Fratello).

«Il film - racconta il regista nato a Caltagirone 34 anni fa che proprio in queste ore sta aspettando l'arrivo del secondogenito - prende forma da una serie di suggestioni tra cui il racconto che mi fece Nicolas Zourabichvili, l'autore delle musiche dei film di Otar Ioselliani, di un padre che aveva perso il figlio ma aveva deciso di non parlarne come se non fosse accaduto e questa situazione, durata un pomeriggio, aveva coinvolto anche le altre persone accanto».

Per il ruolo della madre Piero Messina ha avuto la fortuna di avere come interprete Juliette Binoche che riesce a reggere su di sé tutto il film con i suoi pochi dialoghi e i tanti primi piani. L'attrice francese torna a Venezia 22 anni dopo aver vinto la Coppa Volpi per Tre colori - Film Blu , un'altra storia in cui c'è la perdita di una figlia: «In effetti - dice - non volevo lavorare in un film con lo stesso soggetto di Kieslowski. Poi ho letto la sceneggiatura di Piero Messina e l'ho voluto subito incontrare. Ho scoperto che è una persona che ama mangiare, e in questo amore ho visto anche quello per la vita, una voglia di realizzare un sogno, un desiderio di fare il regista tanto forte come la necessità del cibo». L'ammirazione del regista per la sua interprete è totale: «Ho scritto il personaggio pensando a lei che una volta mi ha detto: "Io non recito, io sono". È stato bellissimo ripetere molte volte i ciak perché lei è come uno scandaglio, ogni volta si immergeva e portava su un dolore diverso».

D'altro canto il regista, diplomatosi al Centro Sperimentale di Cinematografia e autore di numerosi cortometraggi e documentari, è stato maniacale nel controllo della messa in scena, nello studio delle inquadrature, nei raccordi di montaggio. La sceneggiatura, liberamente ispirata a La vita che ti diedi di Pirandello, è frutto di un lavoro di anni e di molte stesure. Forse anche da qui deriva quella sensazione d'una certa artificiosità del film in cui anche la processione religiosa finale, dove si mescolano tutti i dolori, è stata ricreata «perché - rivela il regista - non mi interessa cercare la verosimiglianza».