"Che follia, da scugnizzo a Riccardo III"

Massimo Ranieri porta in tournée il suo spettacolo tratto da Shakespeare: "Lo sognavo da trent'anni"

Da Rose rosse per te a Il mio regno per un cavallo. Mica male, come salto. Gli ci sono voluti 45 anni di carriera, ma alla fine, l'ex scugnizzo canterino di Canzonissima c'è riuscito. È diventato prim'attore shakespiriano. Strana la vita: nemmeno Massimo Ranieri riesce ancora a crederci. «Se mi guardo indietro a quando, a 18 anni col mio primo smoking, gorgheggiavo Erba di casa mia, cavolo! ma sono davvero lo stesso di allora?». Più o meno quanto devono essersi chiesti pubblico e critica, lo scorso 17 luglio a Verona, dopo l'applauditissima prima del Riccardo III che, nei leggendari panni del deforme re, e alla regia dell'omonima tragedia, vedeva proprio lui. L'ex scugnizzo. Tutti sanno che Massimo Ranieri è artista completo ed eclettico. Anche in teatro. Tuttavia, da Rinaldo in campo a Riccardo III, il salto è quantomeno triplo.

Come le è venuto in mente?
«Tutta colpa d'una spettatrice ultraottantenne, che dopo una replica de L'anima buona di Sezuan, regia di Strehler, mi disse: “Lo sa? Lei sarebbe un Riccardo perfetto”. Beh: l'idea mi si è ficcata in testa. E per trent'anni non me la sono tolta di mente».

E ora che si appresta a proporla in una lunga tournée estiva confessi. È stata più incoscienza o temerarietà?
«Incoscienza pura. Quando ne parlavo ai produttori mi guardavano colla cortese diffidenza di chi pensa “questo qui è matto”. Alcuni chiedevano preoccupati: Ma sei sicuro?. Si. E non lo ero affatto. Altri consigliavano, pazienti: “non hai l'età, ti manca il fisico. E poi tu sei l'ex scugnizzo! Che ti metti a fare, Laurence Olivier?”. Per andare sul sicuro avevo anche pensato di affidare la regia a qualcuno dei miei maestri: Maurizio Scaparro, Giancarlo Sepe. Poi mi sono detto: Se devo fallire, meglio che fallisca da solo».

Qualcuno ora s'aspetterà il divo di Sanremo con la corona, la gobba e l'occhio bistrato di nero.
«No, per carità! Il mio Riccardo non ha niente a che fare col lugubre tipaccio della tradizione. Certo: è deforme (il recente ritrovamento del suo scheletro ha confermato che aveva la colonna vertebrale deviata, e una spalla più bassa dell'altra); ma senza eccessi da grand guignol. Un leggero ingobbimento, e basta. E poi niente tuniche, né mantelloni, né spadoni. Tutto è calato nel plumbeo clima d'un noir anni 40. Io indosso lo smoking; le cortigiane eleganti abiti lunghi stile Capucci. E ci muoviamo dentro un girevole di ferro che è contemporaneamente reggia, mausoleo e tomba».

Ma perché? Chi è Riccardo III per lei?
«Il malvagio per eccellenza, certo. Un affascinante uomo di potere. Ergo: Riccardo è un grande attore. Non sono grandi attori tutti gli uomini di potere? E specialmente i più malvagi? Non recitano tutti un ruolo, scatenando attorno a sé il fanatismo e l'idolatria delle folle? Dunque: con Riccardo io non interpreto un re. Ma un attore».

E al momento dell'«Un cavallo! Il mio regno per un cavallo!»?
«È il grido di una paura che soffoca. Lo dico nel modo più semplice, senza pose retoriche, senza gigionismi tromboni. Come tutti gli altri versi, del resto: recito Shakespeare come mi detta l'anima. Non l'accademia».

Lo spettacolo ha una marcia in più: si avvale anche delle musiche di Ennio Morricone.
«Un giorno il maestro mi telefona e mi fa: “Ho saputo che prepari il Riccardo III. Potrei avere l'onore di scriverne le musiche?”. L'onore è solo mio, è stata l'ovvia risposta. E ha composto per me una Sinfonia, perché la usassi senza esclusione di continuità. Lasciandomi cioè libero di estrapolarne ciò che preferivo».

E ora? Massimo Ranieri avrà il coraggio di tornare agli one man show e a «Perdere l'amore?»
«Ci mancherebbe! A ottobre riprendo il mio spettacolo su di Viviani. Quindi farò con Mauro Pagani un nuovo cd di classici napoletani. Se non passassi da Shakespeare a O' sole mio, che Massimo Ranieri sarei?».