È gracile ma divertente l’amarcord di Pieraccioni

Il viavai c’è senz’altro. Che sia anche fantastico è un tantino esa­gerato

Il viavai c'è senz'altro. Che sia anche fantastico è un tantino esagerato. Leonardo Pieraccioni ha il dono non comune della simpatia a prima vista, lo sa e ci gioca, un po' come il suo, oggi più illustre, concittadino Matteo Renzi.

Dunque, siamo ad Arezzo e il gioviale impiegato di banca Arnaldo vive tranquillo nella sua villetta con l'apparentemente dolce moglie, l'insegnante Anita (Serena Autieri), e le due gemelle. Unico svago la colazione, nella pausa di lavoro, con due colleghi, molto più scapestrati di lui. Ed ecco che per un equivoco, per la verità un po'stiracchiato (guai a prestare il motorino agli amici), il fedelissimo marito è cacciato di casa su due piedi dalla gelosissima consorte. Il desolato ometto, che non ha neanche modo di dimostrare la propria innocenza, trova una camera nell'appartamento occupato da quattro studenti, due ragazze due ragazzi.

Per qualche tempo torna giovane anche lui, dividendo le allegre e tutto sommato innocenti zingarate dei vent'anni. Fortunatamente senza fare il cretino con le belle coinquiline. Finché la verità viene faticosamente a galla. Certo la storia è molto esile, qualche figurina di contorno è puro riempitivo, ma è raccontata con brio e senza cadute di gusto. Però la buffa scena della corsa di gruppo per non pagare il conto in trattoria l'avevamo già vista nel suo I laureati di diciotto anni fa.

Alla vigilia dei cinquant'anni, ma non li dimostra, Pieraccioni si ritaglia il ruolo del suo solito personaggio, svagato e sognatore, con cui ha raggiunto una discreta e non immeritata popolarità. Accanto a lui, oltre agli immancabili amiconi dell'antico clan toscano, Giorgio Panariello e Massimo Ceccherini (manca soltanto il più televisivo Carlo Conti), due allegre new entry, romanissime, Maurizio Battista e Marco Marzocca. Si ride piuttosto spesso e non ci si annoia. Di questi tempi ci si può anche accontentare.