Abbiamo bisogno della destra immaginaria di Nino Longobardi

Un suo libro lo intitolò Diario di un ex fumatore. Pur non avendo mai smesso. Anzi, fumò sempre come il Vesuvio. Giusto per dire il tipo.

Era uno strano tipo, Gaetano Longobardi (1925-96), detto Nino, napoletano di Torre 'o Grieco ma romano di indole, di giornali e di terrazze - elegantissimo di prosa, affabulatore micidiale, stile di vita dispendiosissimo senza averne donde -, un po' un Jep Gambardella, ante litteram ma di destra. Ahi, ahi, ahi... E così cadde dimenticato.

Per ricordarlo, ecco - nel ventennale della mancanza - un bellissimo ritratto, empatico e apologetico, ma doveroso e divertentissimo, firmato da Roberto Alfatti Appetiti: Nino Longobardi. Il Re del giornalismo che prese a pugni i potenti (Historica, pagg. 228, euro 16; prefazione di Marcello Veneziani; postfazione di Mattias Mainiero). Biografia da leggere. E biografato assolutamente da rileggere.

Ma chi fu Nino Longobardi?

Forse non fu «il» re del giornalismo, ma un principe di nobilissima penna e sovrana intelligenza, quello sì. Fu per vent'anni, tra il 1950 e i primi Settanta, la firma più ammirata e temuta del Messaggero, stile ironico e tagliente, attaccabrighe e polemista, a testa bassa contro i potenti e a testa alta in redazione. Sempre. Scrisse sopratutto di politica e di costume. Conosceva benissimo l'Italia e gli italiani, e perdonava nulla: all'una e agli altri. Fu davvero un grande giornalista, e come tutti i migliori - come Montanelli, come Longanesi alla cui scuola era cresciuto, come Flaiano - possedeva tre doni. Una qualità di scrittura fuori dal comune, un cinismo capace di diventare virtù, una indefessa tendenza a inventare storie, cui non di rado dava il nome di «cronaca».

Cose importanti da segnalare. Nino Longobardi, nato nel 1925, fu tra i primissimi a capire che in Italia dare del «fascista» è il modo più falso e gratuito per sentirsi antifascisti (da ricordare il suo romanzo semiautobiografico Il figlio del podestà uscito da Rusconi, bestseller del 1976). Poi: già in illo tempore mise in guardia gli italiani da un'Europa che «è una lussuosa chimera che ci è costata molti miliardi, un giorno naufraga in un cattivo bicchiere di vino francese e un altro sulle corna dei bovini del Mac». Era un bon vivant, che faceva colazione con salmone canadese selvaggio pescato all'amo. Capitava spesso che non pagasse i taxi, su cui praticamente viveva, sempre in giro per Roma. Era un giocatore da roulette, amicissimo di Vittorio De Sica. Fu un precocissimo ecologista, ma non progressista. Scrisse per il cinema (ad esempio il soggetto di Io sto con gli ippopotami o La schiava io ce l'ho e tu no). Fu il primo, 40 anni fa, a dare a Dario Fo del «servo di regime». Nel 1977 s'inventò, sull'emittente romana TeleVita, il programma I pugni sul tavolo in cui attaccava i politici, di destra e di sinistra, con uno straordinario successo (Gianfranco Funari considerava Longobardi il suo maestro). Fu lui, di fatto, a far dimettere il sindaco di Roma Giulio Carlo Argan. Inciampò, nel 1981, nella P2. Fondò una sua personale agenzia di informazione, Italmondo.

Fu un grande giornalista di destra. Ma, come diceva lui, di una destra «che deve ancora formarsi, che non ha niente a che fare con altre insinuazioni». Una destra immaginaria. Proprio ciò di cui abbiamo bisogno, anche oggi.

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