Addio a Glatzer, ha commosso con «Still Alice»

«Ci sono un milione di modi per raccontare una storia, il realismo è la più noiosa». Anche se poi, alla fine e purtroppo, è sempre la realtà, spesso la più sgradevole, a bussare alla nostra porta. Anche a quella di Richard Glatzer che, nel 1993 nel suo primo film Grief , faceva pronunciare quella frase al suo protagonista, un conduttore tv di un programma trash al quale moriva il compagno malato di Aids. Glatzer invece se n'è andato l'altro ieri a 63 anni, dopo quatto anni di lotta con la sclerosi laterale amiotrofica, lasciando il marito Wash Westmoreland con il quale ha diretto vari film tra cui l'ultimo, il commovente Still Alice che, non a caso, parlava drammaticamente di un'altra malattia degenerativa - anche se quasi opposta alla Sla - l'Alzheimer. «In questo periodo buio - ha detto ieri il marito - mi consolo un po' pensando che ha avuto modo di vedere come Still Alice sia andato in giro per il mondo. Ha messo il suo cuore e l'anima in questo film e il fatto che abbia toccato così tante persone è stata una gioia costante per lui. Richard era la mia anima gemella, un ragazzo unico - divertente, premuroso, estroverso, generoso - vederlo combattere la Sla con tanta grazia e coraggio ha dato forza a me e a tutti coloro che lo conoscevano».

Glatzer era nato il 28 gennaio del 1952 a New York e ha amato il cinema fin dall'infanzia. Così, dopo il dottorato in letteratura inglese, ha stretto un rapporto di amicizia con il leggendario Frank Capra, cercando di risollevarlo dall'oblio grazie anche a una bellissima intervista pubblicata nel 1973. In seguito si trasferisce a Los Angeles dove nel 1995 incontra a una festa Wash Westmoreland che diventerà il suo compagno e poi, due anni fa, il marito. Insieme hanno girato tre film, The Fluffer (2001) sul mondo del cinema porno gay, Non è peccato/Quinceañera (2006, premio del pubblico e gran premio della giuria al Sundance) e The Last of Robin Hood (2013). Poi è arrivato il progetto di Still Alice dall'omonimo romanzo di Lisa Genova. Definitivo per il tema e per i tempi. Presentato in Italia all'ultimo festival di Roma, ha come protagonista Julianne Moore che, per la sua interpretazione magistrale di una donna non ancora cinquantenne a cui viene diagnosticata una forma precoce di Alzheimer ma che vuole ostinatamente continuare a «essere ancora Alice», ha vinto poche settimane fa il suo primo Oscar dopo le quattro nomination del passato. Sul palco del Dolby Theatre, Oscar in pugno, il suo pensiero è andato subito alla coppia di registi: «Voglio ringraziare Wash Westmoreland e Richard Glatzer che avevano sperato di essere qui stasera, ma non possono a causa della salute di Richard. Quando a Richard è stata diagnosticata la Sla, Wash gli ha chiesto che cosa volesse fare: vuoi viaggiare? Vuoi vedere il mondo? E Richard gli ha risposto che voleva fare questo film ed è quello che ha fatto». L'immagine della sua attrice che ritirava la magica statuetta, Glatzer l'ha vista sul piccolo schermo di una tv in una stanza del Good Samaritan Hospital di Los Angeles dove era stato appena ricoverato per un peggioramento delle sue condizioni. Il miracolo per lui è stato quello di aver potuto contribuire alla realizzazione del film e di vederne il successo prima della fine: «Le mie braccia sono fuori uso ma sono stato in grado di essere sul set ogni giorno» ha detto il regista che per comunicare utilizzava un'applicazione del suo iPad. Impossibile ora non leggere nelle parole pronunciate dalla protagonista nel film, lo stato d'animo del regista stesso: «Io non soffro, io sto lottando, lotto per essere parte delle cose, per rimanere connessa con ciò che ero una volta. Continuo a ripetermi: vivere nel momento è tutto ciò che posso fare». Fino alla fine.