Addio a Pressburger, da Budapest all'Italia per rinascere scrittore

Ebreo, sfuggì al nazismo e ai carri armati sovietici nel '56. Fu regista e romanziere

Giorgio Pressburger collezionava libri minuscoli. Ne aveva più di tremila: nei cassetti, sulle mensole e sui tavoli della sua grande casa-studio, a Trieste. Vi siete incontrati lì, nella primavera scorsa, poco dopo l'uscita di Don Ponzio Capodoglio (Marsilio), una specie di romanzo picaresco, in cui si mescolano musica, filosofia, letteratura, opera lirica, paleontologia, zoolinguistica... Una ampiezza e complessità di temi che rispecchia la sostanza e la dimensione delle sue conoscenze, anche se lui preferiva definirle «curiosità». La capitale italiana della Mitteleuropa, alla quale aveva dedicato anche i suoi Racconti triestini, era un abito perfetto per lui: non era la sua città, ma lì viveva ormai dagli anni Ottanta, dopo qualche decennio a Roma. E lì è morto, ieri, a ottant'anni. Era nato a Budapest il 21 aprile del 1937, in una famiglia ebrea originaria di Bratislava, l'antica Pressburg, dove «tutti erano imparentati», raccontava; le sue «parentele» lontane erano con Marx e Heine, come aveva scoperto qualche anno fa.

Sfuggito alle persecuzioni naziste, di fronte ai carri armati sovietici aveva lasciato l'Ungheria con i suoi due fratelli, nel '56. Era andata così: «Siamo arrivati al confine su un camion, poi abbiamo proseguito a piedi nei boschi, di notte. La guida e le guardie di confine ci hanno preso tutto. Siamo riusciti a raggiungere un paesino e poi Vienna, dove siamo andati all'Ambasciata italiana». Il fratello gemello Nicola andò a Parma a studiare Letteratura italiana; lui a Roma, all'Accademia di arte drammatica, dove incontrò Andrea Camilleri: all'inizio fu proprio lui a farlo collaborare con il Terzo programma della Rai. Così cominciò la sua lunga carriera di regista cinematografico, sceneggiatore, autore teatrale, poi anche assessore alla Cultura (a Spoleto), direttore dell'Istituto italiano di cultura a Budapest, candidato alle Europee con l'Italia dei valori. Al romanzo arrivò paradossalmente tardi, nel 1986. «Credo non mi ritenessi all'altezza di inserirmi in nessuna letteratura», spiegava; fu leggendo Gimpel l'idiota di Isaac B. Singer che si sbloccò: «Perché non prendere il caso di un pazzo vero? Così ho scritto un racconto, che appartiene al primo libro scritto con mio fratello, Storie dell'ottavo distretto. Casa mia».

L'umorismo, per lui, era l'arma di sopravvivenza per un animo «pesante e tormentato»: «Ho ritrovato un diario di quando avevo vent'anni ed ero arrivato da poco a Roma, e c'era questa frase: Mi sento molto solo, meno male che ho un carattere così meravigliosamente leggero». Il campione di questa leggerezza per lui era Kafka: «Il mio idolo, un senso dell'umorismo incredibile». Nel suo universo letterario, oltre alla Bibbia («il libro») c'erano Joyce («Uno Schwindler, che in yiddish è un truffatore... e questo essere così truffatore fa parte della sua grandezza»), il Don Chisciotte che negli ultimi anni aveva riletto «quattro o cinque volte», Moby Dick, Gadda e poi Svevo, che «non scriveva un bell'italiano, eppure il suo è un libro grandissimo, quasi inarrivabile». Proprio l'opera di Svevo esprimeva, per Pressburger, una verità della sua vita e del suo lavoro, lui che ormai scriveva e parlava in italiano quasi meglio che in ungherese. Perché «non tutto è nella lingua», diceva; quello che contava era il «carattere» dello scrittore, il «contenuto», opposto alla moda dello storytelling, che non sopportava. Però notava che «proprio quell'incertezza dà qualcosa di particolare agli scrittori non di madrelingua»: l'incertezza che rende leggeri gli animi tormentati, e che vede l'ombra dietro alla leggerezza.

Di lingue ne parlava sette, e aveva cominciato a scrivere proprio con le traduzioni: faceva gare in casa, con i suoi fratelli, e il padre premiava il più bravo. Così iniziò a tradurre Milton, Heine, Goethe, Leopardi, Von Kleist, l'amico Imre Kertész. Con una ossessione, La tigre di William Blake: «Ho cercato di tradurre la strofa iniziale per vent'anni, senza mai trovarla soddisfacente».