Agnelli, il vero re d'Italia ce lo spiegano negli Usa

Prodotto da Hbo, il biopic che racconta l'Avvocato e il suo stile inimitabile. Da noi ancora nessun film

Dal nostro inviato a Venezia

L'icona dell'Avvocato ne esce comunque con la piega perfetta, come la riga dei suoi elegantissimi pantaloni. E non è poco. Mentre i documentari dedicati a personaggi semisconosciuti fanno solo bene al protagonista, quelli girati sulle leggende di solito o sono inutili, perché non aggiungono nulla, o stucchevoli, perché tendono a mitizzare. Il biopic Agnelli, dedicato all'Avvocato italiano più famoso nel mondo - prodotto da HBO, diretto da Nick Hooker e presentato ieri a Venezia - non è né l'una cosa né l'altra. Agli americani, che non conoscono il mito-Agnelli, lo racconta benissimo. E a noi italiani, che invece lo conosciamo bene, mostra non solo il bianco abbagliante della sua scintillante Dolce Vita (titolo di una sezione del documentario), tra yacht, party e conquiste, ma anche il grigio, come quello dei suoi gessati, ai quali a volte è parso essere più interessato che all'azienda, e persino il nero dell'abisso in cui sprofondò quando si uccise il figlio Edoardo (una causa a cui l'Avvocato, fanno capire alcuni intervistati, non si dedicò abbastanza).

Anyway, gli americani e gli italiani, l'anno prossimo, su Sky (ri)ascolteranno con interesse la storia dell'«uomo che inventò la vanità» (lo chiama così un suo vecchio amico di barca e di feste), il quale adorava essere Gianni Agnelli, e soprattutto adorava il fatto che lo si adorasse. Un uomo il cui padre morì decapitato dall'elica di un idrovolante e la cui madre aveva un leopardo come animale domestico, ricorda Lapo Elkann, l'altro «pazzo» di famiglia che prese il timone della Fiat a 45 anni, e per il resto visse una vita che fu come il suo stile. Inimitabile.

La storia, come si dice, c'è tutta: la guerra da ufficiale, i viaggi per il mondo (Vittorio Valletta disse al giovane Gianni di non preoccuparsi, che sarebbe arrivato il suo tempo, e intanto si godesse la vita: Lui lo prese in parola, ricorda la sorella Maria Sole), la Fiat (diceva: la F sta per Fabbrica, perché noi le cose le facciamo, la I per Italia perché non l'abbiamo mai venduta, la A per automobili perché è il nostro mondo, e la T come Torino perché qui siamo e qui sempre staremo), la moglie Marella (forse l'unica persona che avesse più charme di lui, ecco perché se ne innamorò), l'arte (amava in particolare Balthus), e poi le macchine, il mare, lo sport... Il docufilm è impeccabile. Fa sfilare tutti gli Agnelli sopravvissuti, del ramo principale e di quelli collaterali, e poi Kissinger (confessa che sconsigliò all'Avvocato di prendersi come socio Gheddafi), il rivale De Benedetti, lo stilista Valentino («Agnelli e Marella? Una coppia top-top class») e poi collaboratori, le donne che lo amarono (Pamela Churchill, Anita Ekberg e Jackie Kennedy, in un filmato in Super8 di Benno Graziani rinvenuto di recente...) e soprattutto le persone che lo conobbero meglio, più da vicino e senza filtri: il suo maggiordomo (il quale nella sua ingenua semplicità lo descrive con la battuta perfetta: Qualsiasi cosa gli venisse in mente, la faceva... Già, Lui poteva farla, anche andare due ore a sciare in elicottero, o fuggire mezza giornata a Capri sull'Agneta, e poi tornare a Torino, o Parigi, o Venezia...) e il cuoco (ricordo: Venne a pranzo un presidente della Repubblica purtroppo non si fa il nome, ndr e l'Avvocato mi chiese di preparare dei testicoli di toro. Io gli dissi che forse era meglio cucinare qualcos'altro, ma lui rispose: Fai come dico: facciamo trovare due coglioni a un coglione»

Certo, qualcuno obietterà: ma cosa ci dice questo Agnelli che già non sapevamo? Forse di assolutamente inedito, poco. Però, intanto, gli americani un documentario sull'Avvocato riuscito o meno che sia - l'hanno fatto. Rigoroso, ricco di materiale, ben costruito. Da noi, a 14 anni dalla morte di Gianni Agnelli, non è uscito ancora né un documentario, né una vera biografia, né un film (chissà cosa potrebbe venire fuori, chessò, dalla macchina da presa di Sorrentino...). Timore reverenziale o sudditanza psicologica? Del resto, il collega Tony Damascelli, un esperto della materia, mi fa notare che l'Italia è l'unico Paese europeo in cui The silence of the Lambs non fu tradotto letteralmente, come in Francia o in Spagna: Il silenzio degli agnelli. Ma degli innocenti. Di chi è la colpa?

Commenti
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Beppe58

Lun, 04/09/2017 - 09:54

Chissà se nel film si parla degli aiuti di Stato, delle perdite pubbliche e dei profitti privati, della pessima qualità delle sue auto, dei ricatti ai sindacati e a un paese intero, dei miliardi nascosti all'estero, delle abitudini private che negli altri sono vizi e invece per Agnelli diventavano virtù, del suo grande cinismo, della misantropia, della misoginia...Un uomo detestabile, un industriale mediocre. Come abbia fatto a diventare un'icona resta un mistero...

fifaus

Lun, 04/09/2017 - 13:02

Beppe58: un'icona per i radical chic e i servi del potere

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dr.Strange

Lun, 04/09/2017 - 13:05

caro Beppe58, mi associo al 100% e se dicessi tutto quello che penso della famiglia Lambs (compresi affini e collaterali) mi arresterebbero senz'altro

esulenellamiaPatria

Lun, 04/09/2017 - 14:14

Per "Beppe58".Mi trova perfettamente d'accordo con il suo giudizio, benché un po' benevolo.Saluti.

hellas

Lun, 04/09/2017 - 14:25

Un film su chi ? Su chi ha succhiato dallo Stato tutto quello che era possibile ? Su chi ha privatizzato gli utili socializzando le perdite? Su chi ha acquistato l'Alfa Romeo dallo Stato facendo un affare ( venditore Prodi....) lasciandola morire ? Su chi ha nascosto al fisco un patrimonio da nababbo? Su chi ha lasciato un'azienda praticamente in bancarotta ? Cosa facciamo, un film perché era elegante? Beh, anche mio nonno lo era , un gran signore! Allora voglio un film su mio nonno Giuseppe, elegante ed onesto, non come questo cinico individuo....

Happy1937

Lun, 04/09/2017 - 15:42

Come si fa presto a trasformare un'imprenditore fallimentare in un grande uomo! Piaggeria!

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gammasan

Lun, 04/09/2017 - 16:05

Mi associo. (ai giudizi negativi, ovviamente...)

Antonio43

Lun, 04/09/2017 - 16:42

Il titolo di una canzone di Dalla gli sta proprio a pennello, non il contenuto però eh!?

giovanni951

Lun, 04/09/2017 - 20:37

era colto e raffinato e si sapeva vendere come pochi ma come imprenditore non era certo un genio, anzi. La Fiat andava bene perché gli italiani compravano Fiat a prescindere anche se a quei tempi rifilava certi bidoni....e non parlo per sentito dire. Sarebbe bello sapere quanto la Fiat é costata agli italiani.

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Beppe58

Lun, 04/09/2017 - 21:23

Hellas, un film su tuo nonno corro subito a vederlo! E' di sicuro uno degli italiani oscuri e ingiustamente dimenticati che hanno reso grande questo paese. Peccato che non avesse la evve, non sciasse a Cortina, non abbia passato i suoi primi 45 anni nel jet set, non portasse scarponcini di camoscio in estate, né orologio sopra il polsino, né arricchito con i soldi dei suoi connazionali, detestati perché poco chic, la sua nobile famiglia...

DIAPASON

Lun, 04/09/2017 - 21:27

il classico italiano nel mondo, cialtrone, solo che il tipo aveva il portafoglio pieno di soldi, degli italiani

cir

Lun, 04/09/2017 - 22:08

un buffone a pari del suo nipote ,, lapo el can !!

cianciano

Mar, 05/09/2017 - 08:37

Commenti a dir poco insulsi e invidiosi....proviamo a pensare (senza masturbazioni cervellotiche) cosa sarebbe questo paese senza la Fiat in quegli anni. Solo pecore, capre, parecchi "asini"....cioè pari pari (senza offesa)ai paesi ex Jugoslavia e similari.

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blackeagle

Mar, 05/09/2017 - 08:42

Appartiene alla lunga lista dei piemontese che hanno distrutto l'italia!

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Dario Maggiulli

Mar, 05/09/2017 - 10:49

Effettivamente, @cianciano, il difetto di certi interventi è che risentono dell'odierna psicologia aggressiva verso certi liberismi. Ma, in quegli anni vigeva la sacralità del Potere. E poi, va pure considerato che un certo Fascino ha il suo prezzo. Si può pervenire al benessere sociale anche con metodologie diverse. Oltre all'influenza che lo stile Agnelli ha generato nel mondo della moda, stimolando l'intera società a puntare verso modelli rampanti, di successo. Credo si debba applicare in questo giudizio la verticalità della lettura, cioè la metafisica, potentissima, più che l'orizzontalità del calcolo col pallottoliere. -Vuolsi così colà...- -10,48 - 5.9.2017

Ritratto di Dario Maggiulli

Dario Maggiulli

Mar, 05/09/2017 - 10:53

Io avrei in mente un soggetto con annessa sceneggiatura grandioso sul tema, che se riesco a vincere una certa pigrizia lo realizzerò affidandolo decisamente a Paolo Sorrentino. -10,53 - 5.9.2017