Akutagawa, il maestro giapponese del racconto

Davide Brullo

Guardate quei due. Quello in cima indossa uno yukata sgargiante, adatto alla festa, ha un elmetto «che non si addiceva alla sua testa magra e al suo fisico esile, e che lo faceva somigliare a un fungo velenoso». L'altro lo segue un po' diffidente, spaventato. Siamo nel 1923, un terremoto ha squartato il Giappone e il quartiere «dei piaceri», Yoshiwara, è ridotto a un inferno. Il tipo in cima, però, non sembra curarsene, e parla con i poliziotti, incuriosito dalla morte, dicendo «qualcosa di allegro e di ironico». A descrivere la scena è Yasunari Kawabata, il massimo scrittore giapponese del '900, Nobel nel 1968. Quello che saltella tra i cadaveri è Ryunosuke Akutagawa, maestro del racconto breve, autore di un'opera degna di stare al fianco di quella di altri esteti del genere: Hemingway, Maupassant, Borges. Nelle fotografie, Akutagawa è un Des Esseintes con il kimono, i calzini arrotolati, le pantofole e la chioma boschiva.

Straordinario sperimentatore («Bisogna abbattere ogni confine se si desidera una lingua totale»), Akutagawa, che ammirava la letteratura occidentale fece avanzare di un eone quella nipponica. Cento anni fa, nel 1916, Akutagawa pubblica il suo racconto più noto, Rashomon, ambientato nel Medioevo giapponese, in una Kyoto scardinata guarda un po' da «una serie di catastrofi: terremoti, tifoni, incendi, carestie». Il racconto, insieme a quell'altro, Nel bosco, più raffinato nella composizione scenica, costituisce la sceneggiatura del celebre film di Akira Kurosawa. Va da sé, allora, che Einaudi abbia titolato Rashomon la raccolta dei racconti di Akutagawa, un'istituzione in Giappone. Peccato l'introduzione di Murakami Haruki (specie di Re Mida in catalogo Einaudi), il quale si mette a fare un'indigesta paternale politica («cedere a tendenze di esclusivismo nazionalistico o regionalistico sia in senso politico, che economico, che culturale oppure scivolare nel fondamentalismo, porterebbe su scala mondiale a pericoli inimmaginabili»), scordandosi dell'Akutagawa schierato contro l'«arte proletaria» e il realismo socialista («Un'ideologia, in quanto tale, non ha futuro come forma d'arte»). La scelta dei racconti, piuttosto, è opinabile. Si dimenticano, infatti, i racconti «cristiani» di Akutagawa (L'uomo dell'Occidente e Gesù di Nachino, ad esempio), quelli adorati da Yukio Mishima (Il dipinto di Shuzan, Il ballo e Il fazzoletto) e soprattutto l'ultimo racconto di Akutagawa: Memorandum per un vecchio amico dall'incipit «Nessun aspirante suicida ha prima d'ora descritto fedelmente le proprie condizioni psichiche». Akutagawa morirà nel 1927, a 35 anni, per una dose letale di Veronal.