Alberto Sordi: "Facciamo i marpioni per sfiducia nello Stato"

Nessuno meglio di Alberto Sordi ha raccontato vizi e virtù di un popolo senza carattere ma pieno di fantasia: "I comici sono i politici"

Non è più un uomo; non è più un attore»; non è più un divo: è un monumento nazionale. Ma anche - da trasteverino doc - un Marc’Aurelio a cavallo, l’erma di Pasquino, il busto di Meo Patacca. C’è in lui un po’ del Belli, un po’ di Trilussa, un po’ Pascarella. C’è la rivista, l’avanspettacolo, il cinema, la televisione. C’è tutto. E, su tutto, c’è Roma, e ci sono i romani, gli italiani più antichi, i conquistatori conquistati che credono nei santi e nei miracoli, nella fortuna e nella iella. Che si ritengono furbi finché non trovano qualcuno più furbo di loro che li fa fessi. Che si atteggiano a domatori di donne e infaticabili amatori, che tradiscono la moglie, tradendosi; che vendono fumo spacciandolo per arrosto, che si vantano d’imprese mai compiute e di avventure ma vissute. Chi, meglio di questo proteiforme, inimitabile attore, ha saputo incarnare, portandoli sullo schermo, i vizi e le virtù, le astuzie e le ingenuità, gli estri e gli umori di un popolo senza carattere ma pieno di fantasia, che si caccia nei guai, ma se la cava sempre. Un popolo che perde la guerra, anzi le guere, ma non si perde d’animo, che nell’emergenza si rimbocca le maniche e rimette in piedi un Paese in ginocchio, trasformando la disfatta in boom. Alberto Sordi, ormai sulla soglia degli ottanta, è un pezzo della nostra vita, una pagina della nostra Storia. E non solo di quella dello spettacolo e del cinema, ma anche del costume. Non sarebbe ora di offrirgli il laticlavio come a Trilussa e a Eduardo? L’americano a Roma lo vogliamo a Palazzo Madama.

In che cosa, l’Italia del 2000 è diversa da quella degli anni Cinquanta?
«Il consumismo di oggi, l’Italia degli Anni Cinquanta nemmeno se lo sognava. Eravamo poveri, usciti da quell’incubo che fu la guerra, anzi la guera. Ci rimboccammo le maniche e ricostruimmo un Paese disastrato. E poi non c’era invidia sociale».

E i giovani?
«Per quelli di allora - e mi ci metto anch’io - la più piccola cosa era una conquista».

Mentre per quelli di oggi?
«Tutto è scontato, tutto è dovuto, si sono trovati la pappa fatta. Da noi».

Siamo più un popolo di santi, di poeti, di navigatori, di artisti, o di marpioni e mandruconi?
«Oggi di marpioni e mandruconi».

Le nostre più ipocrite virtù?
«Non essere mai noi stessi, presentarsi sempre come altri. E poi l’estrema diffidenza, tipica di chi ha conosciuto la povertà e ha preso un mucchio di fregature».

I nostri vizi più veniali?
«L’inguaribile ottimismo e l’estroversione caciarona, che tanto colpisce gli stranieri. E poi grande versatilità, a volte truffaldina».

L’italiano è più un individualista o una pecora anarchica?
«È un individualista che se ne frega “Che ti importa? Chi te lo fa fare?”. Le istituzioni non ci piacciono e le sfottiamo».

Siamo sempre maestri nell’arte di arrangiarci?
«Sempre. Nessun’arte è più italiana».

L’arte di arrangiarsi è una virtù o una necessità?
«È una necessità. Una difesa contro il potere».

Da che cosa nasce?
«Dalla sfiducia del cittadino nello Stato e dalla sfiducia dello Stato nel cittadino o, se preferisce, dalla diffidenza del fisco verso il contribuente e dalla diffidenza del contribuente verso il Fisco».

Perché, alla fine, ce la caviamo sempre e, bene o male, sbarchiamo il lunario?
«Perché siamo intelligenti e fantasiosi, furbi e pieni di risorse».

Ma l’arte di arrangiarsi non è un po’ la versione latina del pragmatismo anglosassone?
«Latina, ma anche levantina e bizantina».

L’italiano crede più in Dio, nella Madonna o nei Santi?
«E me lo domanda? Nella Madonna».

Meglio i romani di oggi o quelli di ieri?
«Di ieri».

Perché?
«Erano più romani, più veraci. Impiegati, burocrati, cinematografari, ci si conosceva tutti. Oggi non si conosce nemmeno il vicino di casa».

Perché i politici e i cornuti fanno tanto ridere?
«Perché i politici, anche i più insignificanti, si atteggiano a grandi statisti, si danno importanza, montano in cattedra e tromboneggiano».

Che cosa dirà, fra un secolo al momento dell’estremo congedo?
«E che ne so. Certo, se mi trovassi sul set, davanti alla macchina da presa, tutto mi sarebbe più facile, la battuta mi verrebbe spontanea».

Che cosa diranno di lei i posteri?
«Quello che vorranno. Io, da buon romano, me ne frego».

13 marzo 2000