Alfredo Casella, l'avanguardismo in musica

Il compositore portò in Italia Debussy, Ravel, Stravinskij

Mattia Rossi

Parigi, 29 maggio 1913. Al Théâtre des Champs-Élysées va in scena la prima de Le sacre du Printemps di Stravinskij. In platea siedono tre giovani compositori italiani: Ildebrando Pizzetti, Gian Francesco Malipiero e Alfredo Casella. Se Pizzetti ne fu sgomento e Malipiero moderatamente soddisfatto, Casella, di quelle rivoluzionarie pagine stravinskijane fu entusiasta.

La vocazione avanguardista e internazionale del giovane Casella, fu (ed è) il suo carattere distintivo: nato a Torino nel 1883, il compositore era a Parigi già dal 1896 per studiare composizione con Fauré. Scorrere I segreti della giara, la variegata autobiografia di Casella fresca di ripubblicazione (Il Saggiatore, pagg. 240, euro 24), significa anche leggere le vicende musicali di inizio '900. Casella fu il primo convinto iniziatore delle avanguardie musicali italiane. Al suo ritorno in patria, nel 1915 come professore a Roma, Casella iniziò la sua instancabile attività di divulgatore, importando in Italia Debussy, Ravel, Stravinskij, organizzando concerti di Bartók, Hindemith e addirittura una tournée di Schönberg. Un'attività che pagò con l'avversione degli ambienti più scettici verso la nuova musica, tanto che, nel gennaio del 1939, presentando la sua autobiografia, scriverà: «Spero che dalla lettura di questa relazione di vita, di una laboriosa e feconda vita, possa profilarsi nitido e chiaro il mio dramma di artista e di italiano, di un uomo cioè che conobbe, accanto alla inarrivabile ostilità di certa mediocrità conterranea, le gioie più pure della vera Bellezza e che diede tutto se stesso all'arte ed alla patria».

Emerge, infatti, nella lettura delle oltre duecento pagine de I segreti della giara, il desiderio fortemente antiverista e antiromantico di Casella di «sprovincializzare» la musica italiana affinché essa trovi posto nel pantheon della musica europea: «La musica fu per me la mia religione e la mia unica ragione di vivere in questo mondo. Ma accanto a questa fede essenziale, mi guidò sempre nell'azione un'altra altissima idea: quella della patria . Ed allora, si può dire che sin dalla mia formazione artistica, non vivessi che per lo scopo di realizzare un'arte non solamente italiana, ma anche europea per la sua posizione nel quadro generale della cultura». Morì nel 1947. La lapide sulla casa in cui nacque sintetizza in una riga la sua vita: «Sommo artefice del rinnovamento musicale italiano».