"Aliados" ai confini del teatro musicale Rivas convince e vince il Leone d'Argento

Al Teatro Goldoni sold out per l'opera che porta la politica in Laguna

da Venezia

Un Pinochet malato sulla sedia a rotelle, la Thatcher come un manichino di cera. I loro duetti in dialoghi e «arie liriche» deformati, scanditi, stranianti. Tra effetti vocali, immagini proiettate e la colonna dell'ensemble per uno scampolo di storia del Novecento. Ecco l'incontro avvenuto tra l'ex presidente del Cile - alla fine degli anni Novanta in Inghilterra nel giorno in cui la Camera dei Lord doveva decidere sulla sua estradizione - e la «Lady di ferro» britannica, che lo ringrazia per il sostegno avuto nella guerra delle Falkland contro l'Argentina, dopo l'invasione decisa da Buenos Aires delle vicine isole inglesi Malvinas». Correva l'anno 1982, Londra ebbe la meglio. Applausometro alle stelle sabato sera per Aliados («alleati»), opera del compositore quarantaduenne Sebastian Rivas, libretto di Esteban Buch, andata in scena al Teatro Goldoni di Venezia, sold out, uno dei piatti forti della Biennale Musica (contemporanea).

Mancava il tocco politico al festival edizione 62esima, e il tocco è arrivato col lavoro dell'autore argentino. Che prima dello spettacolo, dal presidente Paolo Baratta e dal direttore artistico Ivan Fedele («quest'anno alle prese è stato rimarcato con la sfida del superamento dei generi») ha ricevuto il Leone d'Argento. Lode a Rivas perché è uno di quei non tanti autori che si cimenta con la storia, l'attualità, con le ferite del nostro tempo. L'opera, coi suoi limiti e le sue fissità da installazione, è stata come un piccolo manifesto contro le dittature, le guerre, il potere e le sue autoassoluzioni. Già, proprio così. Da sottolineare la qualità della rappresentazione, del livello artistico. In particolare l'integrazione fra l'Ensemble Multilatérale diretto da Léo Warynski e l'azione teatrale e musicale, i cantanti: il baritono Lionel Peintre (Pinochet) e Nora Petrocenko (la Thatcher). Rivas «con la preparazione che ha può fare quello che vuole», si vociferava. In un certo senso lo ha fatto, con una discreta dose di citazioni da Mozart ai Clash a Stravinsky. L'elettronica, che trasfigura e impasta un po' tutto, la fa da padrona; e poi però ecco la «Lady di ferro» diventare un trombone, Pinochet un clarinetto basso, quando non produce gorgoglii. L'orchestra si intreccia con spezzoni di inni nazionali, canzoni, discorsi e proclami. Non si può assistere ad Aliados come a un'opera tradizionale, perché questa diciamolo - non avrebbe più senso. Secondo certuni dopo Verdi il bel canto se non è morto, non si sente bene. Qui siamo al confine del teatro musicale, con doppio palcoscenico: il primo dove i personaggi vivono; il secondo un grande schermo che rilancia immagini dei medesimi, focus, riprese delle scene. Insomma, la realtà e la sua finzione. Regia un po' da telefilm e forse è proprio questo che è piaciuto, soprattutto ai giovani, fan del tutto un po', del multimediale.