Anarchia e libertà I segreti di Brassens papà dei cantautori

Georges Brassens ha venduto 50 milioni di album ed è il padre di tutti i cantautori, un personaggio immensamente popolare per il suo corpus di canzoni al tempo stesso folk e intellettuali. Lo hanno celebrato autori del calibro di Fabrizio De André e Nanni Svampa, ma chi gli ha dedicato una intera vita è il suo amico Beppe Chierici, cantautore, attore di teatro e soprattutto fedele traduttore delle canzoni-poesie di Brassens. Chierici cominciò negli anni Sessanta a pubblicare dischi con i brani di Brassens; smise nell'81, alla morte del cantautore («feci fatica a riprendermi e, per rispetto e pudore, interrompere il mio lavoro mi sembrò il modo migliore per celebrarlo») e riprese nel 2008. Il risultato è il libro con due cd La cattiva erba (Amici miei editrice, pagg. 180, 25 euro), che presenta 40 brani di Brassens, i testi originali e quelli italiani con il contorno degli splendidi disegni di Dario Faggella.
Con la sua capacità di rendere tutto orecchiabile ma nulla banale, Brassens ha portato la grande poesia, travestita da canzone, in tutto il mondo e Chierici continua a portarne il testimone. «Iniziò tutto prima di incidere l'album Beppe come Brassens - ricorda Chierici - volevo che lui approvasse i miei testi per non fargli un pessimo servizio. Così volai a Parigi, dove il maestro, dopo essersi consultato con il direttore del Goethe Institute, che conosceva l'italiano, mi disse che “lodava la fedeltà della traduzione”. Quella sera andammo a cena e parlammo di tante cose, erano tempi in cui si voleva rifare il mondo». Anarchici dunque? «Non attivisti politici. Brassens da giovane scriveva sui giornali anarchici ma se ne allontanò presto, il suo era un anelito alla libertà completa e all'anticonformismo». Della sua La tondue (La tosata) quando vedeva quei sinistri barbieri rapare le donne che erano state con un tedesco diceva: «però non ho mai visto rapare un uomo che sia stato con una tedesca». Gli piacevano le canzoni di De André, fece un po' di fatica ad accettare le versioni dei suoi pezzi in dialetto milanese di Nanni Svampa; non per niente lo chiamavano «l'orafo delle parole» (dal titolo di un saggio su di lui di Loic Rochard) e a volte diceva un po' sconsolato: «D'accordo che, in certe canzoni, i traduttori mi adattino alla realtà del proprio Paese, ma non capisco perché, troppo spesso, mettano nelle loro traduzioni idee, pensieri e situazioni che non ho mai neppure immaginato». Chierici ha mantenuto quanto possibile la fedeltà all'originale («per amore non per servilismo», sottolinea) in brani come Il testamento (quella di De André ha un testo completamente diverso), o Putain de toi o Morir per un'idea, mentre pezzi come Il re sono stati riadattati ad arte («Que sur un air de fandango/ on congédie le vieux Franco» è diventato «Son scomparsi califfi e pascià/ non ci sono più maragià»).
«Tanti brani li ho incisi perché mi sembravano particolarmente evocativi del mio rapporto con Brassens. Per esempio lui era un amante dell'Asti spumante e io che sono di Cuneo glielo portavo sempre; in cambio lui ogni volta mi regalava due bottiglie di champagne pregiato, così mi sentivo un ladro e ho registrato Stances a un cambrioleur, ovvero Ballata per un ladro». Brassens aveva orrore per il denaro. «Nessuno sa quante persone abbia aiutato con i suoi soldi, quanti bambini abbia mandato all'estero per essere operati, quanti carcerati abbia sostenuto nella ricerca di un lavoro. Era generoso, non aveva alcun senso del lusso. Quando uscì il walkman si esaltò, ne comprò una cinquantina e li regalò a ciascuno di noi». Nel suo sincero entusiasmo Chierici canta le ballate di Brassens, accompagnato da Margot Venn al violoncello e racconta particolari inediti sul personaggio. «Georges aveva una memoria prodigiosa: una notte recitò per interò Ruy Blas di Hugo e conosceva a memoria tutte le poesie di Villon ma era di una cultura umile, mai esibita». Il suo unico obiettivo rimane quello di non tradire Brassens. «Non sono un letterato, quindi ho preferito profanare la Treccani piuttosto che tradire il messaggio di Georges. Se non avessi tagliato la vocale finale a molte parole, dalle più semplici come amor a quelle come denigrazion o ai verbi come partir, voler, avrei dovuto raddoppiare una nota della sua musica. Non potrei mai violare il connubio che lui ha creato fra parola, metrica perfetta e rima spietata».
Per questo Chierici ha voluto cantare nella stessa tonalità di Brassens, «perché, volendo, la sua voce si possa sovrapporre in ogni momento alla mia e continuare magicamente il brano».