Andrea Caterini alla ricerca del romanzo perduto

La letteratura c'è quando non c'è più nulla. Quando sei spoglio di nomi e hai l'identità imbastardita, il viso annientato dalle locuste. Quando hai perduto anche il nome. Allora. Lì. In quel luogo senza scampo. Il libro ti offre verbi con cui cementare la vita nuova. E risorgi. A questo serve la letteratura: quando la vita uccide, la letteratura ti salva.

Andrea Caterini inizia la sua confessione riconoscendo l'irriconoscenza. «Avevo finito per non riconoscermi». Una martellata sul viso. Caterini non riconosce il proprio mondo, il buio della borgata romana, la vita. Non riconosce i gesti. Perpetuare il lavoro del padre, fare l'operaio, pare un fato ineludibile. Ma Andrea si smarca. La ferocia della vita simboleggiata dal naso di Caterini, che ha praticato la nobile arte, senza timore di prenderle ha la faccia, in caserma, a Sabaudia, di Dostoevskij. Poi il baratro. Marcel Proust. Che avvelena Caterini obbligandolo a morire alla vecchia vita e a risorgere, decidendo di vivere per la letteratura. Senza sconti. Senza scampo. Vita di un romanzo (Castelvecchi, pagg. 128, euro 15) è un libro talmente atipico che va letto in molti modi. Io scelgo quello più banale: è scritto benissimo. Ci sono frasi da legarsi alle caviglie, da adornare le stanze e i giorni. Queste, ad esempio: «Familiarizziamo con noi stessi solo a patto di porci come le vittime di noi stessi»; «Ci ritiriamo dal mondo per amore, perché amando entriamo in uno spazio di mistero, di sogno, che è il segreto». Poi, certo. C'è che Vita di un romanzo è la vita di un uomo trapassato dalla letteratura, che essuda gioia e sangue, è un inno alla lettura come tortura e disciplina. Infine. Dopo averlo letto, non puoi non leggere Proust come il tuo spiritato maestro spirituale. Ma non è questo.

Caterini, critico letterario dalla coerenza allucinata (tutti i libri che cita, da Procida di Franco Cordelli al «Quartetto di Alessandria» di Lawrence Durrell, al Jean Santeuil di Proust, sono libri che è riuscito a far ripubblicare, di cui ha scritto, di cui scrive), con Vita di un romanzo si è inventato un nuovo «genere», che annienta la distanza tra vita e lettura, tra atto e furia letteraria, tra biografia immaginata e realtà reale. Le pagine più belle, perciò, sono quelle in cui la letteratura fiorisce nel fruscio spietato del samurai, le pagine in cui Caterini definisce «i miei anni... l'età del pongo dove quello che si modella non è una materia prima... ma qualcosa di derivato, ottenuto in laboratorio; qualcosa che, lavorato con cura, assume l'aspetto di, eppure non è»; le pagine in cui Caterini decapita la letteratura presente («Mi ripugnava la prepotenza retorica della finzione») e stila una specie di manuale che rischiara l'abisso dello scritture in due regole nette: «Costringermi alla pazienza», «lavorare col rischio di perdersi completamente». D'altronde, bisogna fare come Proust, «chiudere a chiave la porta di una camera insonorizzata, sopprimere i rumori fuori, obbligarsi alla concentrazione per capire se l'io poteva davvero coincidere con se stesso». Finisci la lettura. Non puoi fare altro. Scegliere l'Athos del proprio compito. Reclusione. Per rendere multipla l'apertura alare della scrittura. Adieu.