Andreotti romanziere fra il Decameron e la legge sul divorzio

La peste italiana del 1974 era, ai suoi occhi, simile alla battaglia sul divorzio

La peste italiana del 1974 era, ai suoi occhi, simile alla battaglia sul divorzio. E il rifugio giusto, per allontanarsi e astrarsi da quel clima avvelenato di contrapposizione, una Villa sul Lago di Como, dove la vedova Falconi ospitava nella sua residenza illustri personaggi. Molti provenienti dalla Capitale. È questa la cornice del delizioso romanzo inedito di Giulio Andreotti che dà ora alle stampe la casa editrice La nave di Teseo, sotto il titolo Il buono cattivo (pagg. 243, euro 17). Ossimoro quanto mai azzeccato per descrivere un'Italia dove realtà e apparenza si intrecciano e dove certi vizi nazionali, oggi è ancor più evidente, persistono. Racconta la figlia Serena, nell'affettuosa «Prefazione», che la bozza del libro è stato ritrovata fra le tante carte dello statista democristiano e che la mancata pubblicazione è forse «da collegarsi al clima di tensione seguito al fallimento del referendum sull'abrogazione della legge sul divorzio». In effetti scrive Andreotti a un certo punto: «Gli dissi che era bene non immischiarsi nel dibattito pro e contro il divorzio che stava guastando già abbastanza molti ambienti italiani».

Il libro oggi pubblicato è la continuazione ideale del volumetto I minibigami, un saggio uscito nel 1971 che illustrava, come diceva il risvolto di copertina, «la disciplina matrimoniale della Chiesa», ma che non si limitava a questo. Andreotti, da cattolico impegnato in politica, non condivideva i toni da crociata che finirono per creare un'ostilità verso la Chiesa che durò, nella pubblica opinione italiana, almeno un decennio. Politicamente in quegli anni fu isolato, se non accusato di scarso coraggio dalla Dc fanfaniana che andava, invece, allo scontro. Anche un filosofo non certo di simpatie progressiste come Augusto Del Noce riteneva, in quel periodo, non opportuna quella battaglia. Ma poi i vescovi italiani si schierarono e i cattolici obbedirono, anche se non tutti. Forse per questo la leggendaria prudenza andreottiana lasciò questo scritto in un cassetto.

Il romanzo è denso di ritratti, racconti, situazioni grottesche con una coda di «bozzetti parzialmente dal vero» imperdibili. C'è, ad esempio, un sotto-capitolo che potrebbe essere intitolato: Giulio Andreotti e la giustizia (titoletto: «I Loro Onori»). A leggerlo oggi, più di 40 anni dopo, suona come un commento del finale drammatico della vita pubblica di questo espertissimo politico. Sarebbe bello se lo leggessero tutti i manettari d'Italia perché con leggerezza, attraverso una serie di episodi anche autobiografici, viene tratteggiato il paesaggio della giustizia nel nostro Paese. Non molto mutato, ahimè. Ma ci sono anche sapidi aneddoti di vita militare, racconti sul mondo delle corse dei cavalli e dei bookmaker. Compreso un ironico ritratto di un importante italo-americano, che si adombra terribilmente quando si parla di «mafia». Altra ironia della sorte. I rifugiati della Villa lariana si danno ai giochi di società: e qui Andreotti dà il meglio di sé attraverso giochi di parole, indovinelli, enigmi che talvolta coinvolgono la religione. Meglio non pensare a quale politico oggi saprebbe scrivere con questa leggerezza, padronanza del linguaggio e conoscenza degli uomini.