«Anima errante» tra Seveso inquinata e il Golgota In scena a Milano

Ci sono diverse ragioni per andare a vedere Anima errante di Roberto Cavosi, presentato a Milano (fino al 27) da TiEffe Teatro di via Ciro Menotti (l'ex-Elfo) con la regia di Carmelo Rifici.
La prima è che si tratta di un ottimo testo della nuova drammaturgia italiana, che nonostante presenti opere di qualità continua a essere la Cenerentola del teatro. La seconda è l'interpretazione di Maddalena Crippa, la protagonista, che opera una sapiente «messa a terra» della sua fisicità dentro il testo, senza nessuna sbavatura retorica. La terza è che la memoria dello scrittore ritorna sul più terribile disastro ambientale della storia italiana, quando nel 1976 una nube tossica contenente diossina fuoriuscì dallo stabilimento Icmesa di Seveso. La tragedia di Seveso tuttavia non costituisce per Cavosi lo spunto per una denuncia, bensì l'occasione per un a-fondo esistenziale.
Una giovane donna, Sara, nata nella zona contaminata di Seveso, ora sfollata, aspetta il suo primo, desiderato figlio. La soluzione «ragionevole», viste le conseguenze del veleno sulle persone che ne sono state toccate, sarebbe l'aborto. Ma Sara vuole questo bambino, e chiede alla Madonna il miracolo di portare a termine la sua disperata gravidanza. È uno dei due punti più interessanti del testo: il primo miracolo non è qualcosa di mirabolante, ma la possibilità di vivere una vita umana. Questo è ciò che Sara chiede, obbligando l'autore a un continuo cambio di registro, saldando commedia neorealista e tragedia in una simbiosi inedita e riuscita.
La disillusione sembra però trionfare, il mondo è cattivo, e lei è sul punto di lasciare, delusa, quando Maria le appare proponendole lo scambio: «Un figlio per un figlio, una madre per una madre». Così Sara prende il posto di Maria, ma il suo posto non sarà la Gloria dei Cieli, bensì il Golgota, ai piedi della Croce dove Gesù morirà. È questo il secondo momento interessante del testo, che in seguito si perde un po' in una requisitoria (pur accorata) sulla condizione delle madri cui, nel nostro mondo, non è dato di proteggere i propri figli. Maria, come Sara, è vittima di un potere che separa madri e figli. Così Cavosi imprime una svolta sociologica al testo, riducendo almeno in parte la vicenda evangelica a una similitudine e non a una chiave per la comprensione. E il sacrosanto urlo di Sara, che pretende il miracolo dalla Madre di Cristo, risulta deviato e ridotto. Si tratta infatti di decidere se la nostra impotenza richieda solo dei colpevoli da additare (il potere, la storia, la crudeltà del mondo ecc.) o se essa non sia il solo modo a noi concesso di scoprirci creature.
Ma questa è una questione aperta. Per ora è tempo di giusti applausi non solo per la Crippa e per Rifici ma anche per Cavosi e il suo coraggio.