Io sto con la sposa, il regista: "Un gran risultato, ma la politica tace"

A 5 mesi dalla presentazione, il documentario italiano sui profughi siriani finanziato dal basso continua a piacere. A non parlare del tema, dice uno degli autori, sono le istituzioni

La "sposa" Tasneem Fared al Passo della morte, sulla frontiera italo-francese. Appena dietro, Abdallah Salam

Dalle coste di Zuwara, nella Tripolitania libica, si stacca una nave diretta verso l'Europa, all'inizio di un viaggio organizzato da due trafficanti nordafricani, che hanno stipato sullo stesso scafo centinaia di persone.

Da lì a Lampedusa, la più meridionale delle Pelagie, sono 270 chilometri in linea d'aria, su una rotta battuta da decine di navi cariche di profughi. Lo scafo che parte da Zuwara ha a bordo almeno quattrocento siriani, in fuga dalla guerra civile. L'11 ottobre 2013, quando il viaggio ha inizio, i rifugiati registrati dall'Unhcr, l'agenzia delle Nazioni Unite, sono ormai più di due milioni. Ad oggi il loro numero è praticamente raddoppiato.

A bordo del natante c'è anche Abdallah Salam. Studente ad Aleppo, è una delle duecento persone che in Italia ci arriveranno per miracolo, dopo essere sopravvissute a un naufragio dai numeri pesantissimi. Stracarico, sforacchiato dalle motovedette libiche, lo scafo comincia a imbarcare acqua a 100 chilometri da Lampedusa. La nave lancia l'allarme. La complessità dell'operazione e il ritardo nei soccorsi provocheranno almeno 268 morti, 212 i superstiti. I cadaveri recuperati non raggiungeranno la trentina.

Il naufragio, poco dopo un altro, grande disastro nel Mediterraneo, porterà il governo italiano a varare pochi giorni dopo l'operazione Mare Nostrum, che si chiuderà nel novembre dell'anno successivo. Porterà invece a Milano, come tanti suoi compatrioti, Abdallah Salam. La storia dello studente siriano si lega qui a quelle del giornalista Gabriele Del Grande e di Khaled Soliman Al Nassiry, poeta e scrittore a cui la condizione di rifugiato - a lui che è nato nel 1979, figlio di palestinesi in un campo siriano - non è sconosciuta.

Le storie di Abdallah, dei compatrioti Ahmad e Mona, Alaa al-Din e Manar, ma anche di Tasnim sono il fulcro di un film documentario italiano, Io sto con la sposa, realizzato poco dopo i fatti dell'ottobre 2013. Prodotto grazie alla partecipazione di oltre duemila piccoli finanziatori, ha fatto molto parlare di sé nei mesi scorsi.

"Gabriele e Khaled parlano l'arabo - racconta Antonio Augugliaro, che del progetto è uno dei registi -. Spesso in quel periodo andavano alla Centrale, per capire come potevano aiutare chi riusciva a fuggire da Lampedusa e ad arrivare a Milano". L'incontro con Abdallah non avviene però sul mezzanino della Centrale, dove spesso sono accolti i profughi, ma alla stazione di Porta Garibaldi, dove i due si trovano con un amico, Tareq Al Jabr. Sopravvissuto a un naufragio, dopo avere attraversato tutta l'Italia per raggiungere la Lombardia, Abdallah cerca qualcuno che lo possa mettere su un treno per la Svezia.

Per chi fugge dalla Siria, il capoluogo lombardo rappresenta la porta d'ingresso a un Continente le cui politiche non necessariamente coincidono con le speranze di chi in Europa arriva, con la bussola diretta verso il Nord, verso Stati dal welfare più generoso. Per raggiungerli da sud, si potrebbe dire, non esiste una via lecita. Il Regolamento di Dublino, che regola le politiche comunitarie per quanto riguarda le domande d'asilo, è molto chiaro: il Paese che deve riceverle è quello d'arrivo. E se le navi partono dalla Libia, la rosa si restringe di molto.

"Abdallah ci raccontò una storia tremenda - dice Augugliaro -. Moralmente avvertivamo quanto fosse sbagliato che una persona che aveva sopportato tanto in mare dovesse mettersi di nuovo nelle mani di un contrabbandiere per tentare di lasciare l'Italia". "Non ero annegato - racconterà nel film il siriano - e rischiavo di morire soffocato dai cadaveri", sul ponte di una nave che lo aveva strappato alle acque del Mediterraneo.

Arrivati a Milano, sono poche le opzioni praticabili per uscire dai confini italiani. Bisogna pagare un contrabbandiere. È la soluzione tentata anche da Alaa al-Din e Manar, padre e figlio, due delle storie raccontate da Io sto con la sposa. "La persona a cui si erano affidati - racconta Augugliaro - organizzava viaggi, pullman da cinquanta persone per passare il confine con la Francia. Un business da 50mila euro a tratta, con il rischio di essere rispediti indietro alla frontiera, come è accaduto a loro".

"Io, Gabriele, Khaled eravamo molto scossi - dice il regista -. Cercavamo un modo per fare qualcosa, per non limitarci alla compassione". L'idea che ne nasce è quella di sostituirsi ai contrabbandieri, in un viaggio lungo mezza Europa, da Milano fino alla Svezia, con cinque persone in fuga dalla Siria e l'appoggio di un gruppo di amici. La copertura la fornisce un finto corteo nuziale per il matrimonio - altrettanto fasullo - di Abdallah e di Tasnim, palestinese con passaporto tedesco, un passato nel campo profughi siriano di Yarmouk.

Un "progetto folle", per ammissione degli stessi autori, che nel metterlo in atto rischiavano fino a quindici anni di carcere per favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. A cinque mesi dalla presentazione fuori concorso di Io sto con la sposa alla Mostra del cinema di Venezia, ne abbiamo parlato con uno dei registi, Antonio Augugliaro, per fare il punto della situazione.

Ripartiamo dall'inizio del progetto. Io sto con la sposa da dove nasce?

Da un'esigenza che avevo io, come gli altri due autori. Nel racconto del fenomeno delle migrazioni ci sono troppi numeri, statistiche. Volevamo un lessico nuovo, ad altezza uomo. E anche dire che certe leggi sono sbagliate.

Una rottura in tutti i sensi. Per il film vi siete rivolti "alla rete"

Da quando abbiamo scelto di girarlo alla partenza sono passati solo dieci giorni. Quindi era una sfida, ma anche una necessità. Non c'era il tempo di trovare un produttore. Al ritorno abbiamo bussato alle porte delle associazioni, ma abbiamo ottenuto solo un piccolo sostegno di Lettera27 e Archivio delle memorie migranti.

Poi il crowdfunding

Abbiamo piazzato una scommessa. Con i conti in rosso e un film da realizzare abbiamo chiesto 75mila euro su internet e ne abbiamo ottenuti più di 98mila.

Per nulla scontato

Infatti. Siamo riusciti a pagare tutto lo staff e abbiamo visto nascere una comunità che nel progetto ha creduto moltissimo. Siamo nei cinema da 18 settimane e le sale sono ancora piene. Credo il merito sia anche del film: parla a tutti e in modo per nulla banale.

Lo avete presentato a Venezia. In sala avete ricevuto solo applausi, ma fuori?

Anche la critica ne ha parlato benissimo. Qualcuno, blogger soprattutto, ha detto che avremmo potuto curare di più i dettagli. Altri che si aspettavano inseguimenti e sparatorie. Da una parte fa piacere, è come dire che hanno guardato al valore della storia, non solo del documentario. Ma naturalmente è un appunto che non tiene conto della realtà.

Mettiamo per un momento da parte il film. L'obiettivo era che i cinque che erano con voi potessero chiedere asilo e restare in Svezia

Mona, Ahmed e Abdallah sono là. Stanno imparando lo svedese e lo Stato gli passa uno stipendio di 800 euro. Il percorso d'integrazione prevede che poi gli vengano fatte alcune proposte di lavoro. Invece Alaa al-Din e il figlio Manar sono dovuti tornare in Italia, perché erano stati registrati qui dopo un primo tentativo - fallito - di uscire dal Paese. Vivono in condivisione vicino a Roma, con una cifra molto inferiore. Il bambino va a scuola, alle medie, ma non ha nessun sostegno e ovviamente parla molto poco l'italiano. Il padre fa un corso solo due ore alla settimana. Capisci poi perché chi arriva da noi preferisce non fermarsi.

Sulla stampa, del film si è detto molto. Come ha risposto la politica a Io sto con la sposa?

Non l'ha fatto. Nessuno ha detto nulla pubblicamente, nessuno ci ha contattato. Non dico rivoluzionare il sistema, ma almeno si poteva discutere di leggi che hanno già causato migliaia di morti e non fanno che versare migliaia di euro nelle tasche dei contrabbandieri. Non si capisce perché l'Europa sia unita, ma non quando si tratta di rispondere a un'emergenza di questo peso.

Rimpianti?

Non avere filmato la parte più intensa della storia. Al passaggio tra Danimarca e Svezia, l'ultima frontiera, siamo scoppiati tutti in un pianto a dirotto. L'emozione era tanta e sapevamo che ce l'avevamo fatta. E va bene così.

Commenti
Ritratto di rapax

rapax

Mer, 04/02/2015 - 08:55

ma basta con sti documentari del c...o! sono anni che li fanno cosa vogliono dimostrare o sensibilizzare?? guardate come hanno ridotto l'Italia ! sti politici infami sono gia "sensibilizzati" al problema..tanto da aver utilizzato la marina per imbarcare cani e porci..abbiamo problemi di sicurezza VERA in casa e sti imbecilli se ne escono con sti documentari..per "sensibilizzare"

NON RASSEGNATO

Mer, 04/02/2015 - 10:00

Mare loro e Triton una delle più grosse vaccate del governo italiano

NON RASSEGNATO

Mer, 04/02/2015 - 10:20

Fate un documentario su furti e rapine in casa perpetrati da questi e altri cari ospiti

Ritratto di Giano

Giano

Mer, 04/02/2015 - 10:40

Che bella storiellina edificante, una delle tante che ultimamente riempiono cinema, televisione, internet e stampa, in pieno stile politicamente corretto. Sarà un caso che alle ultime mostre del cinema di Venezia (ma anche a Cannes) sia stato sempre presente qualche film sull'immigrazione o su temi omosessuali, visti, naturalmente da sinistra? Strane coincidenze. E come mai, invece, non si parla mai di "L'innocenza dei musulmani"? O di "Obsession" di cui si è avuta solo una proiezione privata nel 2006 a cura della fondazione Magna e che in Italia non ha visto nessuno perché non si è trovato un distributore disponibile a portarlo nelle sale pubbliche (per paura delle ritorsioni islamiche)? "Continuiamo così, facciamoci del male", diceva Moretti.

Ritratto di Giano

Giano

Mer, 04/02/2015 - 11:05

Pardon...Fondazione "Magna carta".