Arena di Verona, in liquidazione l'ente lirico

La decisione dopo il no dei lavoratori a un accordo. Prossima stagione confermata

Matteo Sacchi

E anche a Verona la lirica mette in scena uno «spettacolo» che parte con una gestione poco oculata, passa per l'ostilità dei lavoratori ai cambiamenti, approda in un buco economico, e rischia di finire in un dramma (occupazionale e culturale). Ieri il Consiglio di indirizzo della Fondazione Arena di Verona ha deciso la messa in liquidazione dell'ente lirico dopo la bocciatura dell'accordo per il contenimento dei costi sancita dal referendum tra i lavoratori che, con 132 no e 130 sì, hanno respinto il protocollo siglato tra la stessa Fondazione e Cgil, Cisl e Uil. Gli spettatori potrebbero accorgersene relativamente, secondo la Fondazione la prossima stagione non è a rischio. Però come ha spiegato all'uscita dalla riunione del Consiglio il sindaco della città Flavio Tosi «la decisione sciagurata dei lavoratori comporterà, l'azzeramento di tutti i posti di lavoro». Ma come si è originata questa situazione che ricorda molto da vicino la crisi del Teatro dell'Opera di Roma andata in scena nel 2014? Le difficoltà dell'ente vanno avanti da anni. Secondo le cifre fornite da Tosi a inizio del mese: «La situazione ereditata dalla precedente amministrazione era di 17 milioni di debito, oggi il debito è salito a 24 milioni». Ma alcuni fonti di stampa avevano stimato che il buco, aiutato da una stagione 2015 anodina, potesse aver raggiunto addirittura una cifra ben superiore ai 30 milioni di euro. Di sicuro la mancanza di liquidità ha impedito che gli stipendi negli ultimi mesi venissero erogati regolarmente.

Nel tentativo di rimettere in ordine i conti ed evitare il commissariamento è iniziata una serrata contrattazione con i lavoratori per contenere i costi, con un piano di risanamento che prevedeva tagli (che coinvolgevano il corpo di ballo), riduzione dell'integrativo e ricollocazioni di parte dei lavoratori amministrativi. Dopo i primi «niet» le tre principali sigle sindacali dei lavoratori dello spettacolo hanno accettato un accordo sottoposto ai lavoratori. Da lì il referendum e il no di questa settimana. Ora - ha spiegato Tosi - la palla passa al Mibact: «Se la richiesta verrà accolta, dovrà essere definito un altro strumento che organizzi in maniera più privatistica la stagione estiva in Arena».