Arriva il noir d'autore. Meglio un Moresco che cento Camilleri

Certo non vale Gadda e le sue pose da intellettuale impegnato sono trite e ritrite. Ma lo scrittore è un fuoriclasse. E "L'addio" è uno splendido racconto di genere

Undici anni fa, attraverso Lo sbrego (Bur, 2005), Antonio Moresco diceva di aver «bisogno ancora di una decina d'anni», necessari «a portare a termine i Canti del caos» e «quell'altro libro che mi è apparso di colpo». Dio, il caso e il culo (che sono la stessa cosa) lo hanno accontentato: nel 2009 sono usciti i Canti del caos in tre tomi e l'anno scorso, esattamente dieci anni dopo la preghiera laica di Moresco, è uscito «quell'altro libro», Gli increati, che avrebbe dovuto essere l'ultimo e il definitivo, il conclamato. Invece no. Dopo il romanzo definitivo Moresco si è inventato un nuovo genere, il romanzo d'addio, che s'intitola L'addio (Giunti, 2016, pagg. 274, euro 15), appunto. Certo, Moresco è pazzesco. Prima ci ha convinto che erano i Canti del caos l'opera culmine, e giù 1074 pagine; poi ci ha detto che c'era «quell'altra cosa che viene dopo, prima di rincoglionirmi del tutto», Gli increati, e giù altre 1014 pagine. Ora ci sono queste 274 pagine ancora, ennesimo tentativo «di congedarmi con un romanzo», mai rantolo sul punto di morte fu così lungo. O Moresco è rincoglionito davvero o è un genio.

Beati gli ultimi, diceva quello lì. Mettiamola così: per chi non ha mai letto Moresco, meglio partire da L'addio. Gli altri libri potrà serenamente dimenticarli, perché, per fortuna, in sintesi, qui ci sono tutti i temi spalmati per migliaia di pagine nei romanzi precedenti. La trama del libro è ritmicamente semplice. «Uno sbirro morto» di nome D'Arco (come Giovanna, esperta in battaglie perse e in sacrifici inutili) incontra, nella città dei morti, un tipo che si chiama Lazlo, «vestito con eleganza», ambiguo quanto il Victor Laszlo di Casablanca. Il tipo dice allo sbirro di ascoltare il brusio che dilaga di notte nella allucinata città dei morti. In effetti, «tutta la città dei morti era percorsa da un coro verticale di voci di bambini morti» (pagg.28). Al lettore ci vuol poco a capire quello che Moresco gli rivela venti pagine dopo, cioè che i bimbi in coro «cantano per tutti i bambini ammazzati che stanno arrivando qui, per accompagnare i loro primi passi e perché si sentano un po' meno soli». Allora lo sbirro di nome D'Arco decide di tornare nella città dei vivi pensando così di vendicare tutti i bimbi ammazzati innocentemente. Ci va con un bambino dall'orrida «cicatrice a forma di filo spinato» sul collo e comincia, per tre notti epocali, il massacro dei cattivi e dei prepotenti, in stile Matrix. Nonostante le solite, presuntuose, untuose precisazioni di Moresco («non ci troverete quelle parole e quelle frasi fatte che siete abituati a trovare nei libri polizieschi e dalle quali vi fate narcotizzare»), il romanzo di Moresco non è che un thriller, con un linguaggio da thriller (tipo «Faccio il lavoro sporco, faccio quello che c'è da fare»), c'è anche uno che si fa chiamare «lo Sparviero» e sembra uscito di getto da Il falcone maltese di Dashiell Hammett. Moresco, che in questo romanzo scritto in presa diretta si dà alla sociologia spiccia (sfondando, in modo visionario, per carità, il tema della pedopornografia, dell'abuso dei minori, della prostituzione minorile), mescola Raymond Chandler a Philip K. Dick, altro che Nobel per la letteratura, probabilmente Moresco spera che dal suo libro d'addio traggano un film, a questo punto merita l'Oscar.

Non ho mai creduto nel mito di Moresco. Non credo che Moresco sia il più grande narratore italiano vivente, di certo è il più interessante tra quelli pubblicati dalle grandi case editrici, in un tempo in cui si pubblica l'ovvio. Dire che Moresco è meglio di Carofiglio è come dire che Carlo Emilia Gadda è più bravo di Fabio Volo. Ma non vuol dire che Moresco possa competere con Gadda. In un'epoca di incompetenti, Moresco, bontà sua, fa la parte di Lionel Messi tra i giocatori di una squadra di serie C. Eppure, perché dovremmo sorbirci lo schifiltoso Moresco (ce lo deve dire lui, a scanso di critica, che Gli increati «è una cesura profonda un punto di non ritorno», e guai se pensate che sia semplicemente un romanzo, lo chiudi e punto e basta), che gioca a fare lo scrittore «intimamente insurrezionale» quando dal 1993 (Bollati Boringhieri) ma soprattutto dal 1998 (Feltrinelli) è intimamente inserito nel bel mondo editoriale, dal momento che le sue stesse tensioni e angosce e tentazioni sono riassunte meglio nella pagina e mezzo di Davanti alla Legge di Kafka, nel centinaio sporco di pagine di Cuore di tenebra di Conrad, nelle dieci pagine delle Memorie di un pazzo di Tolstoj, in uno qualsiasi dei racconti di Richard Matheson?

Eppure, in Moresco c'è sempre qualcosa di trascinante, di viscerale. La vera scoperta è che Moresco, finalmente libero dal dramma di dover dimostrare di essere un genio (si tranquillizzi, non ha la gestione narrativa di Mario Pomilio né la stazza teoretica di Hermann Broch), si dimostra uno straordinario narratore di genere, altro che Camilleri, meglio un giorno da D'Arco che cento da Montalbano. Pur gonfio di porzioni romanzesche grottesche (ad esempio, il dialogo con l'Uomo di luce, «attraversato da sottilissime fibre luminose, microcircuiti e microcervelli collegati al mio cervello principale», sembra un avatar di Avatar), nel romanzo d'addio di Moresco baluginano sketch bellissimi, quello delle mamme che fanno massacro di maestre, maestri e figli («Li uccidiamo per farli stare il meno possibile nella città dei vivi. Li uccidiamo per risparmiargli tutto questo orrore»), ad esempio (pagg.106-109), oppure quello con la Callas «in tre dimensioni» che recita Medea (pagg.251-260), ma è ancora più bello il dialogo con il giudice (pagg. 247-250), pieno di domande enigmatiche e capitali («A cosa serve la morte se ci vuole la vita per giustificarla?»), che sembra shakerare la leggenda del Grande Inquisitore di Dostoevskij con la parabola sotto l'acquazzone di Rutger Hauer in Blade Runner. Eccolo, il centro totale dell'opera di Moresco, che si sviluppa intorno all'interrogativo biblico («Perché tanta malvagità negli uomini?»): una serie di frasi indimenticabili («I morti non sono più sinceri dei vivi»; «Non si espia solo il male che si è inflitto, si espia anche il male che si è subito»; «Perché posso solo gettarmi in avanti al buio, con la mia disperazione, la mia solitudine, il mio furore?»), che forgiano una sorta di breviario inquietante, una gita gnostica, una Pistis Sophia postatomica, che ti lascia lì, sulla sedia, stordito, instupidito, non sai neppure tu se sei vivo, morto, scemo. Alla fine, Moresco ha redatto un Piccolo principe in versione horror. Speriamo che questo sia il primo di una lunga serie di addii.