Arte e natura, la bellezza nascosta dell'orrido La pittura «alla Thoreau» di Gianni Maimeri

A cura di Velasco Vitali, una mostra rivaluta un maestro lombardo dimenticato

Andrea Dusio

da Bellano (Lecco)

Uno degli incontri più sorprendenti che si possano fare in queste settimane estive è Caduta Libera, la mostra ospitata a Bellano (Lecco) nell'ex Circolo dei Lavoratori, restaurato da poco e affidato dopo un bando agli ArchiVIVITali. Una parte di questo luogo è dedicato alla conservazione delle opere su carta di Giancarlo Vitali (1929-2018), il corpus incisorio, i libri d'artista, alcuni dipinti, la raccolta fotografica e la biblioteca del pittore scomparso proprio un anno fa. Nello spazio rimanente vengono invece organizzate due esposizioni annuali, curate dal figlio Velasco Vitali, con inaugurazione fissata in due date simboliche: il 29 novembre per ricordare la data di nascita di Giancarlo Vitali e il 25 di luglio per ricordarne la scomparsa.

Caduta Libera (aperta fino al 10 novembre) nasce attorno a un gruppo di opere giovanili di Gianni Maimeri (1884-1951), pittore e poi creatore della marca di colori prediletta dagli artisti. La sua opera, considerata sino a qualche decennio fa come una sorta di persistenza di sensibilità romantica e scapigliata nella Milano in cui si preparava la rivoluzione futurista, è invece un cannocchiale rovesciato, che principia da un'immersione notturnista in una visione rimbaudiana della città e poi comincia gradualmente a rischiarare, arricchendo la propria tavolozza, insensibile inizialmente alla necessità del disegno, per pervenire a esiti morlottiani ante litteram. Assimilato un po' pigramente dalla storiografia a Bazzaro e Gola, Gianni Maimeri viene pienamente riscattato da Velasco, che si concentra su dipinti di piccola e piccolissima dimensione, realizzati en plein air, in luoghi delle Prealpi molto simili all'Orrido bellanese, osservando da una grotta, forse a Cunardo in Valganna, la forza dinamica di una cascata. È un Futurismo fatto con altri mezzi, in misteriosa corrispondenza d'intenti con Emerson e Thoreau. È Boccioni come lo avrebbe fatto un lettore di The call of the wild. Spira, come scrive Velasco, «Un'aria tra simbolismo e teosofia (...) che dal Monte Verità di Ascona alle scogliere di Capri invade col suo contagio gli animi di giovani artisti rivoluzionari ed estremisti che intendono ritrovare la verità di un'esistenza più autentica».

Attorno all'idea di «orrido» Velasco ha poi voluto raccogliere alcune sculture abbandonate nelle cantine della Fonderia Battaglia, concedendosi una visione sublime e un deragliamento tardo-romantico su oggetti provvisori, scarti di lavorazione, per farli partecipare alla «messinscena di una fortuita bellezza del non-finito». E una volta risorto da quelle fucine di cenere ha pensato probabilmente di sdrammatizzare quest'eccedenza di Sturm und Drang da Via Mala (a un certo punto sembra di ritrovarsi nel Nosferatu di Herzog) affidandosi alle quinte sceniche e agli oggetti archeo-pop di Agostino Iacurci, in una salutare dissacrazione disneyana del sublime, tra colonnine ioniche ridipinte in acrilico e un orecchio ciclopico messo quasi a simboleggiare questo surplus di sensibilità e il suo rapporto con la sordità solo apparente del contemporaneo.