Arte, militanza e avanguardia. Il mistero di Francesca Alinovi

Critico promettente e ricercatrice al Dams di Bologna, fu uccisa nell'83. Un volume raccoglie i suoi scritti

A Bologna il 12 giugno 1983 Francesca Alinovi viene uccisa nel suo appartamento. Un delitto maturato nell'ambiente del Dams, la scuola cui accorrevano tutti i creativi e aspiranti tali nella città più a sinistra d'Italia, dove nel frattempo si è consumato il distacco dal movimento del '77 per approdare al postmoderno più ludico. Riconosciuto colpevole di questo assurdo omicidio, senza movente, un gioco estremo finito malissimo cui non è estranea l'eroina, è il pittore Francesco Ciancabilla, legato sentimentalmente alla donna. Scontata la pena, nel 2005 Ciancabilla torna in libertà e continua a dichiararsi estraneo a quel delitto. Pochi mesi prima altro sangue era stato versato al Dams: nel dicembre 1982 fu ucciso Angelo Fabbri, allievo e assistente di Umberto Eco. Una maledizione che non finisce neppure con la morte di Alinovi, perché nel dicembre 1983 una fredda esecuzione elimina Leonarda Polvani, studentessa prossima alla laurea.

Il caso Alinovi però fa ben altro scalpore perché la vittima è un promettente critico d'arte, innovatore nella forma e nel linguaggio, espressione di una militanza culturale che, almeno in quegli anni, trova uguali solo nella scrittura di Pier Vittorio Tondelli. E proprio la morte violenta e il mistero che la circonda hanno fatto scivolare in secondo piano il profilo intellettuale e l'intuizione critica di una donna che scardina le regole accademiche fin nell'aspetto, capelli e look secondo la moda alternativa, tra il post punk e la provinciale che da quando ha cominciato a frequentare abitualmente New York Downtown ha fretta di riportarne lo stile nella sua Emilia.

Dove era nata, a Parma, nel 1948. Laureata in lettere con Francesco Arcangeli, specializzata in arte contemporanea con Renato Barilli, Francesca Alinovi diviene ricercatrice al Dams; studia il 900, quindi comincia a viaggiare tra Bologna e l'America decisa a seguire soprattutto la Street Art che da East Village e SoHo ha invaso le periferie del Bronx e Brooklyn. Senza indugio abbandona la storia per passare alla militanza, scrive articoli su Domus e Flash Art, cura o partecipa a mostre come i Nuovi Nuovi, Bologna, The Italian Wave, New York, Registrazione di frequenze, Bologna e Una generazione postmoderna, Milano. Quando muore, ad appena 35 anni, sta lavorando al progetto Arte di frontiera che aprirà postumo nel 1984.

Citata talvolta da chi vuol fare bella figura, Francesca Alinovi si conosce poco, soprattutto quella scrittura tagliente che oggi si direbbe surfa dall'arte alla musica, dalla moda alla società nel segno della contaminazione. A quest'assenza rimedia finalmente il volume Francesca Alinovi edito da Postmedia Books (pagg. 315, euro 29) e curato da Matteo Bergamini, giornalista e critico, direttore di Exibart, e da Veronica Santi, scrittrice e regista, autrice del documentario I Am Not Alone Anyway anch'esso incentrato su Alinovi.

Pur non avendo avuto il tempo di sviluppare appieno la sua poetica, Alinovi ha scritto tanto in sette anni scarsi di attività. Saggi brevi e articoli divisi nel libro in due parti: «Arte mia», dove sostanzialmente parla di ciò che le aggrada, da Piero Manzoni alla performance, dal design al fumetto, senza bisogno di nessuna giustificazione. «Quel che piace a me» basta e avanza, nessun calcolo, nessuna strategia ma solo il desiderio e l'entusiasmo di una ragazza che non vede l'ora di raccontarsi attraverso l'arte con una lingua insieme slang e raffinata, popolare e colta. Tra questi testi ce n'è uno dedicato a Demetrio Stratos, che chiama fuoriclasse rimpiangendone la perdita.

La seconda parte si intitola «Arte di frontiera» ed è incentrata sul materiale preparatorio per la mostra, raccolto prevalentemente a New York quando di nero vestita bazzicava gli stessi locali di Futura, Rammellzee e Keith Haring, «figlio dell'era spaziale». Eppure un critico militante di allora non avrebbe mai rinunciato a formare il proprio gruppo, nella speranza di un futuro con lo stesso successo di Arte Povera e Transavanguardia. Per Alinovi l'arte degli anni '80 si chiama enfatismo, radunatosi attorno alla galleria Neon. Non si capisce cosa facciano, ma qualcosa fanno. Di loro, degli enfatisti, dopo la morte di Francesca, non si è saputo più nulla. I loro nomi dispersi nel dimenticatoio degli artisti, Ciancabilla a parte, ricordato per ben altri motivi.