Un (auto)ritratto di Giuda: è questa "La gloria" di Berto

Nel romanzo emerge il contrasto tragico tra la vita moderna e l'attrazione inevitabile per il metafisico

Torna in libreria, per merito di Neri Pozza, l'ultima opera di Giuseppe Berto, La gloria (pagg. 187, euro 16), che uscì nell'anno stesso della sua morte, il 1978. La gloria è il racconto, per bocca dello stesso protagonista, della vita di Giuda Iscariota in compagnia di Gesù di Nazareth, fino alla duplice morte quasi simultanea. Si tratta dunque di un morto, che torna tra noi secondo una drammaturgia classica a discorrere, lungo una prospettiva che abbraccia tutti i secoli trascorsi tra le nostre epoche, delle ragioni che lo condussero a operare nel modo in cui operò.

Dare la parola a Giuda è un atto dovuto per la civiltà che, anche in forza del suo silenzioso tradimento, ne è nata: e della quale noi tutti siamo parte, credenti o no. Tanto che la parola stessa «traditore» esiste, in origine, per designare la sua persona fisica: Giuda, il traditore, ossia «colui che vendette» Gesù ai suoi assassini. In questo tipo di azione che possiamo definire sacra, Giuseppe Berto non è solo, né penso sia il primo, mentre fra gli ultimi c'è pure un breve romanzo del sottoscritto, uscito tre anni fa.

Lo scrittore di Mogliano Veneto riuscì, credo, a leggere Tre versioni di Giuda, un racconto non straordinario di J. L. Borges, il cui merito essenziale sta nel numero tre, ossia nel fatto che Giuda è, nonostante la fiera avversione dei secoli, la figura più difficilmente collocabile nella storia del cristianesimo. Se la visione ortodossa pone la sua azione in fondo all'imbuto dell'inferno, è pur vero che, anche all'interno della storia cristiana, una domanda ha concentrato su di sé tutte le discussioni su Giuda: egli fu solo l'artefice della morte di Gesù, o fu uno strumento indispensabile per la salvezza di tutti? Insomma: santo o demonio?

Berto, nell'ultimo tempo della vita, affida a queste pagine il succo di un'immedesimazione non soltanto con la figura di Giuda che egli dovette, nei suoi turbamenti, sentire molto vicina a sé ma con tutto lo scenario della grande commedia della Salvezza e della Perdizione. Non conta, qui, sapere se Berto fosse credente o no: in gioco è il bilancio di un'esistenza moderna, novecentesca, incapace di metafisiche (Gesù appare sempre troppo elevato, troppo regale, troppo intelligente, troppo profondo, e quindi troppo oscuro per una mente avvezza alla velocità, all'ubriachezza, all'eros consumato in fretta, all'eccesso di aldiquà) eppure febbrilmente attratta da tutto ciò che non potrà non tradire. Una frase del libro, la più bella, ci racconta questo incendio: «Non c'è chiamata per la mia impazienza».

La fretta di vivere non conosce vocazioni. Il Giuda di Berto, fatta salva la cornice escatologica (Giuda come cooperatore dell'incomprensibile disegno divino), è un uomo che non conosce la pazienza: una sete oscura, che lui stesso non sa decifrare (il male oscuro di quattordici anni prima?), lo conduce a farsi prossimo al Nazareno: primo tra i seguaci, ultimo tra gli eletti, poco guardato, poco considerato da un Maestro che sembra avere sempre altro a cui badare.

Noi però non dobbiamo leggere questo romanzo come un'interpretazione del personaggio-Giuda, ma piuttosto come un'autobiografia dell'anima, l'immedesimazione con una modernità che «chiamata a guardare in alto, non sa più sollevare lo sguardo» (Osea 11,7).

Una vita che si consuma troppo in fretta è la vera protagonista di questo libro, che anche a causa di ciò fatica a compiersi invece sul piano estetico, a svilupparsi come monade narrativa, a definire bene la natura del personaggio parlante, che Berto fatica a staccare da sé per farne un essere vivente e autonomo: si sente troppo l'irrequietezza dell'uomo che si gira nel letto senza più dormire, l'accavallarsi dei pensieri. Il filo narrativo si accende, poi s'interrompe per noia, per una sopraggiunta visione, per un pensiero, un concetto. Questo è il bello del libro, ma anche il difetto del romanzo.

Mi chiedo se questo difetto fosse evitabile. Tante volte, durante la lettura del testo, ho avuto l'impressione che mancasse a Berto la cultura necessaria per affrontare questo tema facendone un vero romanzo. Tante volte prevale l'improvvisazione, il gioco d'equilibrio, l'idea gettata là. Ma forse la colpa non fu di Berto, uno scrittore cui non si può imputare come difetto proprio il suo pregio maggiore: quel correre febbrile che ce lo ha fatto amare. La colpa fu di una situazione generale della cultura italiana, che non permise a tutti di raggiungere, culturalmente parlando, la maggiore età. Il marxismo si diede una voce originale, ad altri non fu possibile fare altrettanto, la destra mantenne alcune tracce del vecchio vitalismo, si volle bastiancontraria, coltivò l'individualismo e la scorrettezza politica come virtù, ma non seppe crescere, o non volle, o più probabilmente non le fu possibile.

Ancora oggi, quando parlare di destra e di sinistra non ha più senso, la cultura italiana porta il peso di questa crescita dimezzata, di questa maturità non pienamente raggiunta. E a farne le spese può essere, qualche volta, il talento.