Balzac batte Stendhal nell'amare gli italiani

L'autore della Commedia umana considerava il nostro popolo «superiore» a tutti gli altri

Nel 1840, quando Balzac saluta La Certosa di Parma come un capolavoro, «il Principe moderno, il romanzo che scriverebbe Machiavelli se vivesse nel secolo XIX esule in Italia», Stendhal, che ne è l'autore, è un sessantenne disilluso nei confronti della letteratura, al punto di crogiolarsi-consolarsi con l'idea di affidare il suo genio alla posterità, una di quelle scommesse al buio in cui chi punta non incasserà mai la posta. Anche dalla vita Stendhal si sente tradito, una Legion d'onore arrivata troppo tardi, un incarico consolare a Civitavecchia, che non solo non è Roma, ma non è nemmeno Trieste, e neppure Livorno... È malandato nel fisico, deluso negli affetti: ha amato molto, specie con la fantasia, è stato ricambiato poco e male e più per colpa sua che per crudeltà altrui: è bizzoso, è geloso, è contorto nel corteggiamento, incapace a dichiararsi, a rompere come ad accettare la fine di una relazione. Ha scritto sì De l'amour, ma è come un astemio che si atteggia a sommelier... In ultimo, ma non per ultimo, Stendhal è un egotista schiacciato dal suo stesso genio. Non si ritiene secondo a nessuno, considera il riconoscimento altrui come un dovere, più che un personale piacere di cui essere comunque grati. Così, del lungo saggio di Balzac che lo saluta come un maestro assoluto, non lo colpisce il cumulo di lodi, ma alcune piccole critiche di natura, come dire, tecnica, da collega a collega: qualche lungaggine, una scrittura a volte trascurata, alcune oscurità, pecche di cui Balzac è facile scopritore perché le conosce, gli sono familiari, fanno anch'esse parte della sua prodigiosa officina di scrittura.

Armatosi di carta e penna, Stendhal decide dunque di mettere le cose in chiaro, di difendere cioè la sua idea di romanzo. Fa una prima lettera, la cassa, ne scrive una seconda, cassa anche questa, infine una terza, che sei mesi dopo non risulterà ancora spedita... Ciò che soprattutto ne emerge è che lui i romanzi non li costruisce, «fare uno schema mi raggela», lo stile non fa per lui, ovvero la forma non è importante, ha a che vedere con le mode, e quindi come le mode invecchia, gli scrittori amati da Balzac, da Chateaubriand a Walter Scott, sono quelli che più detesta... «Io non ho che una regola: essere chiari. Se non sono chiaro, tutto il mio mondo è distrutto». «Rischio di sembrarvi un mostro d'orgoglio» dice a un certo punto nel primo brogliaccio di scrittura, poi lo cancella, ma per quanto non più esplicitato è quell'orgoglio a fare da leit-motiv...

Adesso il lettore ha a disposizione, in traduzione italiana con testo francese a fronte, il saggio balzachiano e le repliche stendhaliane (Honoré de Balzac, Studi su Stendhal e «La Certosa di Parma». Con la risposta di Stendhal, a cura di Pino di Branco, La Vita Felice, pagg. 216, euro 13,50), ma lungi dall'avere fra le mani un'opera di puro interesse filologico, ha l'occasione di vedere dall'interno il lavorio di due psicologie a confronto e il sottile gioco con cui uno raccontando e/o spiegando l'altro, mette anche e soprattutto in ordine sé stesso. Ma l'elemento forse più straordinario di questo confronto fra due titani delle lettere, così diversi fra loro eppure così simili quanto a gusti e disgusti politico-esistenziali, è il loro condividere la passione per l'Italia, un vero e proprio innamoramento su cui vale la pena soffermarsi, anche perché se quello di Stendhal è comunque noto, è Balzac a fare qui la parte del leone...

Più giovane rispetto all'altro di una quindicina d'anni, Balzac non ha fatto in tempo a vivere l'epopea napoleonica: è però lo stesso un orfano dell'Imperatore, così come Stendhal è un reduce e insieme uno sconfitto di quella grande stagione. Hanno entrambi orrore della «canagliocrazia, la massa che con i suoi voti decide tutto». L'Italia appare loro il Paese dove tutto è ancora possibile, dove la vita può ancora assumere i colori avventurosi di un romanzo, le passioni, il bel gesto, l'intrigo, l'amore e la vendetta. «La gioia immorale che in Italia si prova a vendicarsi» scrive lo Stendhal della Certosa, «deriva dalla forza della fantasia di questo popolo. Gli altri popoli non perdonano, dimenticano». Così, chiosa Balzac, «questa riflessione spiega le sciocchezze retoriche che pesano sugli italiani, il solo popolo che sia paragonabile al popolo francese, che vale più dei Russi e degli Inglesi e il cui genio ha quella fibra femminile, quella delicatezza, quella grandiosità per cui è, per molti aspetti, superiore a tutti i popoli». E ancora, a proposito della figura del carbonaro repubblicano Ferrante Palla: «È il prototipo di una specie di intelligenza che vive in Italia, spiriti sinceri ma eccessivi, pieni di talento, ma ignoranti dei funesti effetti delle loro dottrine. Ministri dei principi assoluti mandateli con molto oro in Francia, e negli Stati Uniti! Invece di perseguitarli, lasciate che possano farsi luce, questi uomini veri pieni di grandi e rare qualità».

Anche in Francia Balzac ha provato a ritrarre un suo Ferrante Palla, il giovane Michel Chrestien dei Segreti della principessa di Cadignan, il repubblicano austero innamorato di una duchessa che appoggia il potere assoluto... Purtroppo, «l'Italia e i suoi costumi, l'Italia e i suoi paesaggi, il castello di Sacca, i pericoli, le miserie di Palla Ferrante sono molto più belli degli esigui dettagli delle civiltà parigine. La passione italiana è ben superiore alla passione francese. In un'epoca in cui tutto si livella più facilmente sotto l'abito della guardia nazionale e sotto la legge borghese che sotto il triangolo d'acciaio della repubblica, la letteratura, in Francia, manca essenzialmente di quei grandi ostacoli frapposti agli amanti che diventano sorgenti di bellezza, di nuove situazioni e che rendevano drammatici i soggetti». Per Balzac, insomma, in Italia è possibile vivere ciò che in Francia si può a malapena solo raccontare, l'Italia mazziniana e risorgimentale, parcellizzata in mille staterelli e pulsante per intrighi, complotti, passioni politiche e passioni sentimentali, dove «la sacralità del giuramento» vale per gli innamorati come per i cospiratori. Stendhal, ma questo già lo sappiamo, non è da meno: «I Tedeschi sono talmente proni davanti a un'autorità, sono così stupidi! Ho passato parecchi anni presso di loro e ho dimenticato la loro lingua per disprezzo. Vede bene che i miei personaggi non potevano essere tedeschi». Douce France, chère Italie...