Barbara Steele: "Quanta nostalgia per i miei horror"

La "Regina dell'Urlo" ricorda i suoi film: "Era tutto molto elegante e introspettivo, non come lo splatter e il sangue di oggi. Il mio rimpianto? Avere lasciato l'Italia"

da Roma

«Ora dipingo quadri di grandi dimensioni. L'ultimo ritrae un combattimento tra cani ed è un po' inquietante», racconta Barbara Steele, allargando la bocca in un sorriso tirato da maschera dark. La Diva dell'Oscurità, protagonista del cinema di paura italiano - da La maschera del demonio (1960) di Mario Bava a L'orribile segreto del dr. Hitchcock (1962) di Riccardo Freda, fino a I lunghi capelli della morte (1964) di Antonio Margheriti, l'attrice classe 1937 che ha ravvivato la nostra scena gotica - è ancora carismatica. Nel giardino della «Casa dell'aviatore», luogo sospeso nel caos romano, la bella signora racconta di sé e del suo lavoro. Gli occhi verdi e medianici sono ancora da «danza macabra» e una lunga coda di cavallo corvina la fa sembrare senza età: è pronta per ricevere il Premio alla carriera del 35esimo «Fantafestival» di Roma, del quale è l'ospite più attesa.

Del resto le sue capacità attoriali sono indiscutibili: è stata la «Regina dell'Urlo», ma ha lavorato anche con Federico Fellini e Mario Monicelli. E del resto lei non ha mai fatto grandi distinzioni tra i generi cinematografici, recitare le piaceva sempre. «È stato un periodo meraviglioso e non mi rendevo conto, allora, di aver legato il mio nome al cinema horror: facevo solo i film che mi offrivano. In piena “dolce vita” abitavo a via del Babuino e la sera giravo per Trastevere con gli amici: Moravia, Pasolini, Mario Schifano, Franco Angeli. Un periodo d'oro. Non mi perdonerò mai d'aver lasciato l'Italia! Di Fellini ho un ottimo ricordo: ai provini per 8 e ½ mi chiese cose frivole, tipo quali fiori mi piacevano, che profumo usavo... Quel giorno stesso, per me ci fu trucco e parrucco».

Del resto di Fellini era nota la passione per la magia e l'occulto: questo tratto esoterico li accomunava. E secondo Barbara Steele nel loro rapporto qualcosa di magico e di soprannaturale c'era davvero. «Una volta mi è accaduta una cosa stranissima, premonitoria. Un giorno passeggiavo a Los Angeles con mio figlio Jonathan. Traversammo un quartiere distrutto da un incendio, ma tra le ceneri notammo un libro su 8 e ½ , aperto proprio sulle mie battute. La sera stessa, Fellini mi chiamò: “Barbarina, vieni a girare Casanova con me?”. Strana coincidenza... Poi, la scena in cui facevo una donna che cura gli uomini dall'impotenza, è stata tagliata, purtroppo. Federico voleva sempre un mago siciliano sul set: prima di girare, mescolava un uovo con un liquido. A seconda delle forme, decideva se poteva girare o no».

Ma è con Christopher Lee, appena scomparso, che Barbara Steele pare avere i ricordi più belli. Con lui girò un piccolo classico del genere, Le messe nere del 1968, di Vernon Sewel. «Christopher era un gentleman squisito. A Londra abitava in un appartamento molto gotico e dark, pieno di specchi e velluti. Al centro dell'immensa sala da pranzo aveva piazzato una specie di trono, una sedia vittoriana in velluto nero, così poteva sedersi più in alto degli altri. Mi pareva di dovermi inginocchiare ai suoi piedi e baciargli l'anello. Anche lui si sentiva soffocare nella gabbia dell'horror. Poteva diventare un attore shakespeariano».

E qui, sull'onda di questi ricordi, qualche rimpianto anche la regina dell'horror lo manifesta. Perché certi successi molto veloci il segno su una carriera comunque lo lasciano. «Si resta marchiati dal primo successo: sfuggirvi è impossibile. Anche io avrei voluto diventare una grande Lady Macbeth, ma alla fine mi ricordano soltanto per le mie parti da strega». Anche se l'horror degli anni Sessanta secondo la Steele non è paragonabile a quello di oggi. «Ai tempi in cui giravo, era tutto molto elegante, psicologico, in bianco e nero. Adesso prevale lo splatter claustrofobico e ovunque deve schizzare sangue. Preferisco l'eleganza introspettiva di una volta». Un'eleganza a cui l'attrice ha rinunciato forse troppo presto. Ma per amore: «Lasciare l'Italia è stato il più grande errore della mia vita. Ma avevo incontrato quello che poi diventò mio marito, James Poe, e feci la pazzia di seguirlo a New York per amore. Mollai le riprese di Stella di fuoco e fu un altro sbaglio. Chiamai la produzione, dicendo: “Se volete sapere perché non sono al trucco è perché sono a New York”. E loro: “Ma sei diventata matta?”. E io: “È così e non tornerò”. La replica fu: “Qui non lavorerai mai più”. E così è stato».