"Basta una donna alla finestra per creare un noir"

Intervista allo scrittore A. J. Finn

«Un milione e trecentomila copie, non un milione. Tanto per essere precisi. Anche se ormai ho smesso di contarle». Quando parla del suo thriller psicologico La donna alla finestra (trad. di Stefano Bortolussi, Mondadori, pagg. 360, euro 19,50), A. J. Finn mostra una sicurezza atipica negli esordienti. Trentotto anni (ma ne dimostra dieci di meno), americano di New York con un Ph.D. a Oxford, dieci anni in UK e un posto da publisher executive nei crime in Harper Collins alle spalle, A. J. è la prima megastar letteraria del 2018: La donna alla finestra è stato venduto a 40 Paesi e ad agosto partono per Fox 2000 le riprese del film, che sarà diretto da Joe Wright (quello di L'ora più buia), sceneggiato dal Pulitzer Tracy Letts («Non scriverò una riga dei dialoghi: è un film importante e io non ho mai scritto una sceneggiatura né vinto un Pulitzer. Per ora») e vedrà nei panni di Anna Fox, la protagonista del romanzo, Amy Adams. Finn però non è il suo vero nome, ma quello di un bulldog francese: il nostro si chiama Daniel Mallory e si è nascosto sotto uno pseudonimo per non compromettere la capacità di giudizio degli editori che dovevano valutare il suo manoscritto.

«La finestra sul cortile del XXI secolo», così Finn descrive il suo romanzo. «Con una voce narrante ex psicologa infantile agorafobica che una notte, spiando la famiglia che vive al di là del parco che divide la sua abitazione da quella dei vicini, vede accadere un delitto, ma non può indagare. Convince a farlo gli amici e la polizia, finché però lei stessa comincia a dubitare di ciò che ha visto, della realtà e dell'universo che la circonda». I riferimenti a Hitchcock, «Cerco di prenderne la voce e la classe», e al genere crime sono più forti di quelli letterari puri: «Cito Tolstoj, che non amo, Thomas Hardy, Nabokov, che adoro, per dimostrare che Anna è una donna colta. Anche io lo sono, ma se devo dire a chi mi ispiro, scelgo Agatha Christie e i suoi pari». Se l'obiettivo, per Finn, è quello di elevare un genere già potente per vendite e gradimento, a un livello più intellò, l'obiettivo è centrato: il romanzo è «letterario» senza perdere il passo mozzafiato: il flusso di coscienza di Anna è contemporaneo eppure mantiene atmosfere e struttura dei classici di genere del Novecento.

«Il giallo è sempre servito come fuga e insieme come istruzione morale che premia la nostra voglia di giustizia» filosofeggia Finn/Mallory che non disdegna di dare lezioni di marketing editoriale abbinate a quelle sulla letteratura. «In più in questo momento la suspense psicologica è il genere di tendenza tra gli amanti del genere, che hanno cambiato abitudini di consumo: da Patterson e Grisham sono passati, se vogliono un giallo, a CSI, Criminal Minds o Broadchurch». E mentre ingolla la quarta Coca Cola, di cui è bevitore seriale, chiosa: «Ricette per scrivere bestseller non ce ne sono, lo dico da ex editore. La mia personale è fatta di una vita passata a leggere e capacità di creare personaggi che abbiano una vita al di fuori della trama specifica».