Bentornato Balthus, con il diabolico candore della vita quotidiana

Dai primordi della carriera agli anni Novanta. Una rassegna della sua "pittura intraducibile"

da Riehen (Basilea)

Ci sono tanti motivi per cui non conviene dedicare mostre a Balthasar Klossowski de Rola, meglio noto come Balthus (1908 - 2001). La prima è di ordine pratico: nonostante la longevità, il pittore francese di famiglia polacca - cresciuto da genitori artisti e globe-trotter tra Berna e Ginevra, abituato ad avere ospiti a casa Reiner Maria Rilke, Cézanne, Mirò, Matisse - non fu particolarmente prolifico. Molti suoi capolavori sono custoditi da musei che con diffidenza li cedono in prestito. E poi la sua arte è troppo perturbante per questi tempi, troppo complessa da decifrare. Eccoci perciò al paradosso per cui, mentre su Instagram imperversa una smaccata volgarità (purché l'algoritmo copra, censurando ipocritamente, le parti intime dei corpi esibiti), i suoi quadri sono oggetto di accuse: voyeurismo, istigazione alla pedofilia, erotismo malato, e altro ancora. È successo al Met della liberal New York, a novembre dello scorso anno: durante una monografica, una petizione online chiedeva di rimuovere dalle sale il dipinto Thérèse rêvant (1938). Il museo ha optato per una salomonica decisione: il quadro è rimasto, ma un cartello all'ingresso della mostra riportava la dicitura «Alcuni tra i dipinti potrebbero risultare disturbanti per alcuni visitatori».

Balthus ha la colpa (il merito?) di credere che - citiamo le sue parole - «la pittura ha un linguaggio intraducibile» e pertanto andrebbe rispettato. È il maestro dell'ambiguità, del perturbante, dell'enigma: dipinge specchi, gatti che si specchiano, ragazzine discinte che tengono specchi davanti a gatti che si specchiano. I suoi soggetti non guardano: stregano. Fa paura, Balthus, perché la sua arte, orchestrata in studio e con un uso sapiente dei materiali (come la caseina fusa con tempera, per ottenere l'effetto-affresco), è tutt'altro che composta. Dunque, che fare? Meglio censurare? Qui - aggravante - non parliamo (solo) di donne, ma di modelle-bambine: la più nota è la parigina Thérèse ma molte, ne ha scritto Vittorio Sgarbi su queste pagine, sono state le adolescenti romane che posarono per Balthus negli anni da lui passati nella nostra capitale.

Alla Fondation Beyeler hanno affrontato la sfida con rigore elvetico: negli spazi del museo alle porte di Basilea, in quella Svizzera dove, dal '77 alla fine dei suoi giorni l'artista visse nel cantone di Vaud trasformando un albergo nel suo personale chalet, apre oggi, e proseguirà fino all'1 gennaio, «Balthus», una mostra controcorrente. Niente pruriginosi avvisi al pubblico, ma una presentazione accurata dei più importanti lavori di questo outsider dell'arte. Se ne esce con la consapevolezza che Balthus è un indiscusso maestro, proprio perché si muove su territori a noi poco confortevoli.

Con una quarantina di dipinti, dai primordi della carriera agli anni Novanta, la mostra è scandita in ordine cronologico, su otto sale. Nella prima l'occhio si sofferma, grazie al misurato allestimento, sul raffinato Le Roi de chats (Balthus ha cominciato a dipinger gatti a 12 anni: quasi un'ossessione) e poi su La Rue, scorcio di una strada parigina che pare un set teatrale. Sono degli anni Trenta: poco prima il pittore aveva viaggiato in Italia, specie in Toscana. Dichiarata l'ammirazione per quel campione di ieraticità che è Piero della Francesca, ma a ben vedere, specie negli anni Quaranta passati a Parigi con la prima moglie svizzera Antoinette (suo il ritratto più bello in mostra: La Jupe blanche, dove pare una disincantata dea contemporanea), emergono tante altre italiche corrispondenze: Carrà e Casorati, ad esempio, con cui condivide il pacato straniamento della rappresentazione.

La forza dell'indolenza caratterizza la galleria dei ritratti femminili esposti, ma è davanti all'acerba sensualità di Thérèse - in mostra i suoi ritratti sono un trittico efficace - che si va in apnea. Lo stesso potere ipnotico hanno alcuni lavori ambientati in interni, come La partie de cartes, in prestito dal Thyssen-Bornemisza di Madrid (il museo spagnolo sarà la seconda tappa della mostra) così come Passage du Commerce-Saint-André, dove i personaggi paiono manichini di una pellicola felliniana (vedi il dettaglio del bambino che discute con il bambolotto). Non citiamo a caso il regista: Fellini e Balthus si frequentarono durante i quindici anni in cui l'artista diresse l'Accademia di Francia a Roma, attivandosi per il restauro di Villa Medici. E di Balthus Fellini ammirava l'aria «diavolesca», perfetta per le atmosfere surreali dei suoi film. Sono gli anni in cui Balthus sposa in seconde nozze la giapponese Setsuko Ideta ed è con il suo sensuale ritratto (La Chambre turque) in posa da odalisca che si chiude la mostra. Realizzata con il sostegno della famiglia dell'artista, curata da Raphaël Bouvier e Michiko Kono, regala un viaggio insolito, tra sogno e inquietudine, tra erotismo e innocenza.