Buscaroli editore raffinato: ecco i tesori "dimenticati"

Per Fògola, diresse una collana (poi copiata da tutti) col meglio della cultura umanistica e reazionaria

«È una piccola biblioteca per spiriti indipendenti, curiosi, amanti dell'imprevisto, del raro, insofferenti del loro tempo» scriverà Piero Buscaroli nella presentazione di La torre d'avorio, la collana da lui ideata e diretta per l'editore-libraio torinese Mario Fògola. «Non ha confini di tempo, di argomenti, di interessi. È un rifugio per solitari dalla mente sveglia». Era il 1976, l'Italia era quella degli «anni di piombo» e dopo aver passato metà della sua vita a scrivere di politica, Buscaroli prendeva atto dell'inutilità della politica in un Paese dove i rivoluzionari avevano una cattedra universitaria, la «strategia della tensione» nascondeva in sé quella per la «pensione», gli «opposti estremismi» di destra e di sinistra garantivano l'immortalità del centro, il corpaccione pseudo-moderato che digeriva tutto e tutti, le «convergenze parallele» sfidavano le regole della geometria e del ridicolo. Era un'Italia, sempre politicamente parlando, buona a nulla, ma capace di tutto, e lui non voleva averci più nulla a che fare. «Ho idee politiche solo al passato remoto» mi dirà in quegli anni: remoto, non prossimo, Tacito e Plutarco, non Croce e Gentile

Il primo libro di La Torre d'avorio fu infatti La guerra civile di Montherlant, opera di uno scrittore che si sentiva escluso e rifiutato dal suo tempo, ma che in realtà «aveva rifiutato, lui, ed escluso, il suo tempo», andandosi a cercare una patria altrove, appunto «lontana nel tempo». E, come Montherlant, Buscaroli sapeva benissimo che la storia romana è «un microcosmo di tutta la Storia. Chi la conosce bene, non ha bisogno di conoscere la storia del mondo; tutto quello che è opus romanum, è opus humanum, tutta l'opera romana è opera umana».

Questa passione e questa rivendicazione trovano in quel catalogo editoriale più di una conferma. La pubblicazione dei Profili di conquistatori di Jérôme Carcopino, le Bucoliche di Virgilio, L'Apuleio di Amore e Psiche, ma altresì si legano a una riflessione sull'ultimo portato e/o precipitato della latinità, ovvero quel soggetto storico-geografico, universale e nazionale che si configurerà prima nella penisola italiana, nei Comuni e nelle Signorie dopo, in una nazione senza Stato infine. Perché avrà pure avuto ragione Giuseppe Prezzolini nel suo affannarsi a spiegare «perché gli italiani non sono romani», ma la mitologia e la mitomania hanno le loro ragioni che la ragione non conosce. Ed ecco allora la Commedia di Dante, con le xilografie dell'edizione Bonino de Bonini del 1487, il Dizionario geografico del Boccaccio, la Coltivazione toscana del Davanzati, il Viaggio in Italia di Mommsen, il Pianto di Roma di Raffaello. Soprattutto, ecco il pannello che ruota intorno a Cardarelli e a Leopardi, il Parliamo dell'Italia del primo, il Testamento letterario del secondo e però ancora da Cardarelli curato, ovvero i Pensieri dello Zibaldone. Stampati in caratteri Bodoni, rilegati a filo, su carta ruvida, con sovra-coperta in carta velina, arricchiti spesso di illustrazioni (il Battibecco di Malaparte ha un ritratto di Tamburi e un disegno di Maccari, le già citate Bucoliche le illustrazioni di Maillol, L'Iconologia di Cesare Ripa è un libro d'arte in sé), i volumi della Torre d'avorio raccontano insomma un gusto letterario e un impegno culturale e civile. Credo che fra le tante passioni coltivate da Buscaroli ci fosse anche quella di mettere su una libreria antiquaria, e solo l'ammonimento di un filologo cinquecentesco, Giuseppe Giusto Scaligero, deve averlo convinto a desistere: «Chi vende i suoi libri conosce in una sola volta tutti i dolori della terra» È anche per questo che la sua biblioteca divenne via via sempre più imponente, così come affascinante era del resto la sua casa neoclassica, l'una e l'altra figlie di un impulso che lo stesso Buscaroli una volta sintetizzò ironicamente da par suo: «La prima idea che mi viene davanti a un oggetto che mi piace, in un museo, è di rubarlo».

Quella grande libreria Impero bianca e oro a specchi nello studio bolognese della sua casa, copiata da quella che Mario Praz si era fatto costruire un quarto di secolo prima, «disperando di trovare mobili Impero di tali proporzioni», chi scrive la vide per la prima volta alla fine degli anni Settanta, quando La Torre d'avorio contava già una dozzina di titoli, fra i quali le Lettere dalla Russia di Custine, uscito a ruota dell'edizione francese: da noi ha dovuto aspettare altri quarant'anni prima di trovare, presso Adelphi, l'attenzione che meritava. Era, la mia, la visita di un ammiratore e di un allievo, tardo, ma volenteroso e autoproclamatosi tale in mancanza di una designazione da parte del maestro: in un pomeriggio si trasformò in arruolamento. Per La Torre d'avorio curai i Pensieri di Machiavelli, illustrati da quindici «teste virili» del quattrocentesco disegnatore Marco Zoppo incise poi alla fine del Settecento da Francesco Novelli e a lungo attribuite al Mantegna. Feci così il mio ingresso in una collana che aveva Suono e Parola di Furtwängler introdotto da Paolo Isotta, Dio è nato in esilio di Vintila Horia, I luoghi e il tempo dello stesso Buscaroli. Come si fa a non esserne orgogliosi?

La Torre d'avorio durò all'incirca un decennio, per una trentina di titoli, fra cui due bellissimi dello stesso curatore. Nonostante i dissapori editoriali che ne provocarono la fine, vale per l'editore quello che lo stesso Buscaroli scrisse nella prefazione a La vista, l'udito, la memoria, l'altro suo libro in catalogo: «Fògola possiede il sentimento delle verità amare e incomode, quelle che sarebbe meglio tacere per ben vivere, e fan temere agli altri di perderci la quiete, il favore dei potenti e il guadagno». L'editore ideale, insomma, «al quale un autore che produce libri con spirito diverso da quello con cui si producono dentifrici, detersivi e pannolini deve ormai le sue vere soddisfazioni».