Caccia al tesoro del saraceno nel Rinascimento dei misteri

"Il patto dell'abate nero" è il secondo capitolo di una saga ambientata tra Firenze e la città sarda di Alghero

Alghero, quartiere ebraico 13 marzo 1460. Messer Giovanni Uzano fissava il vecchio che gli stava di fronte senza tradire alcuna fretta di proseguire il discorso. Sedevano sotto il pergolato di una locanda in Carrer de Sant'Elm, a pochi passi dall'antico Portal de la Mar che si apriva tra i bastioni, sulle acque scurite dall'imbrunire. L'unico suono a tener loro compagnia era il vociare delle donne dirette al porto. Madri, mogli e figlie dei pescatori di corallo avvolte in scialli e zendadi che si gonfiavano alle folate del maestrale.

«Avete capito bene di cosa stiamo parlando?», ribadì il vecchio, tamburellando le unghie sul bordo del desco.

Uzano si servì da una ciotola di pesce salato che aveva davanti a sé e annuì vago. «Perfettamente».

«Scusatemi se insisto, ma ne dubito».

«Scusatemi voi, mastro Lunell. Reputate forse che sia giunto fin qui per godere della vostra compagnia?».

C'era una nota di fastidio nei modi di Uzano. Del resto si trovava al cospetto di un ebreo, nel cuore di una juharia eretta quasi in spregio ai cristiani nella zona più incantevole di Alghero. E benché quel Simeone de Lunell vestisse alla catalana e non portasse nemmeno la rotella obbligatoria a chiunque appartenesse al popolo di Jahvè, continuava a sbattergli in faccia le sue origini giudaiche arricciando il grottesco nasone da civetta.

«Ma se pretendete maggior attenzione», mise in chiaro il fiorentino, «dovrete essere ben più esauriente».

«Non vi basta il nome di Gilarus d'Orcania?», declamò l'altro, contrariato.

«Un nome legato a un tesoro leggendario resta pur sempre un nome. Io sono qui per la mappa».

Il vecchio scosse il capo. «Forse ho sbagliato a concedervi udienza», e fece per alzarsi.

Uzano lo trattenne con un gesto aggressivo. «È morta fin troppa gente a causa della vostra ambiguità. Troppi cristiani, a dirla tutta».

Simeone de Lunell tornò a sedersi, scrutando il suo accusatore in un misto di sdegno e di sorpresa. «Si può sapere a cosa diavolo alludete?»

«Ai precedenti, messere. Precedenti assai spiacevoli». Il fiorentino allargò un ghigno. «O forse son mendaci le voci sugli infelici scomparsi dieci anni or sono, dopo essere partiti alla ricerca dello stesso tesoro di cui parlate?»

«Se quegli incapaci fallirono, non fu certo colpa mia». «Eppure foste voi a indirizzarli», Uzano gli puntò l'indice contro, «proprio come ora state facendo con me. Ragion per cui, il mio padrone inizia a chiedersi se dietro le vostre promesse si celi davvero un'opportunità di guadagno o piuttosto una trappola ordita ai danni dei mercanti cristiani».

Il vecchio allibì. «Avreste l'ardire di calunniarmi?»

«Valuterà l'Inquisizione se si tratta o meno di calunnie», ribatté il fiorentino, per poi voltarsi con indifferenza verso la strada. L'ultimo gruppo di donne stava attraversando il Portal de la Mar alla luce fioca di lanterne che oscillavano nel buio. Lui seguì per un attimo quella processione spettrale, soffermandosi su un pensiero che lo divertì. «Non è difficile indovinare il vostro rovello, sapete?», aggiunse d'un tratto. «Appartenete a una delle famiglie ebree più facoltose di Alghero, una delle intoccabili risorse finanziarie del re d'Aragona. Ma all'idea che qualcuno vi scateni contro i sospetti di un tribunale ecclesiastico, privandovi in una volta sola di tutti i vostri privilegi».

«Perché mi minacciate?», lo interruppe l'altro, inarcando le folte sopracciglia grigie. Era angosciato, ma ancor più disgustato dalla piega presa dal discorso. «Mi avete già in pugno, è palese. Non potrei tradirvi nemmeno se lo volessi».

«Allora coraggio», lo spronò Uzano, «sciogliete la lingua».

«La fate un po' troppo semplice, voi. Se lo facessi non vi servirei più a nulla».

«Verrete pagato, se è a questo che alludete. Il tempo che il mio signore svincoli la somma da voi richiesta e potrete riempirvi le tasche di fiorini d'oro».

«Ducati», rettificò il vecchio con un'ombra di cupidigia. «Dovrete convertire la vostra moneta in ducati, non dimenticatelo».

«Come desiderate», l'assecondò il fiorentino. «Ora, però, venite al sodo».

Simeone de Lunell annuì un paio di volte, quasi stesse ascoltando i consigli di una voce interiore. Continuava d'altro canto a mostrarsi scontroso e diffidente, al punto che, per un attimo, manifestò ancora il desiderio di andarsene. Alla fine, però, sbuffò rassegnato. «Non è una mappa che possiedo», confessò.

«Allora cosa?»

«La lettera di un dragomanno», rivelò con un filo di voce. «Un dragomanno, ovvero la guida che mostrò all'esercito di Carlo Magno come prendere la città spagnola di Noble».

«Una città di cui si sono perse notizie da secoli», chiosò Uzano per dimostrare di essere al corrente dei fatti.

L'ebreo assentì. «Noble era un importante presidio saraceno, una roccaforte ben guarnita e capace di resistere anche al più feroce degli assedi. Ma il dragomanno conosceva alcuni passaggi segreti che consentirono ai soldati franchi di oltrepassare le difese e di sorprendere i mori. Noble cadde, dunque, e l'esercito di Carlo Magno s'impadronì del tesoro di colui che la governava, il condottiero turco Gilarus d'Orcania».

«Continuate».

«Il resoconto del dragomanno è assai preciso», disse Lunell. «Nonostante la vittoria, Carlo Magno si adirò nel vedere i suoi duchi contendersi l'oro di Gilarus e, affinché la bramosia non li mettesse l'uno contro l'altro, ordinò che sigillassero il bottino in dodici forzieri e che lo sotterrassero in un luogo in cui nessuno avrebbe mai potuto trovarlo».

Uzano si sporse in avanti. «Quale luogo?»

«Non vi dirò altro», fece il vecchio, ritrovando il suo atteggiamento arcigno. «Null'altro, avete inteso?», e gli rivolse un sorriso tronfio. «Tornate pure dal vostro padrone e annunciategli che le mie labbra resteranno cucite finché non sarà lui, e non un suo leccapiedi, a condurre la trattativa. L'attendo con ansia, affinché egli possa elargire il compenso che mi ha promesso e, prima ancora, giurare di non rivolgere più minacce a me, né alla mia famiglia». Preso alla sprovvista da quella reazione oltraggiosa, Uzano si alzò di scatto facendo rovesciare lo sgabello. «E nel caso le vostre condizioni gli dispiacessero?». «Un mese», rincarò la dose Simeone de Lunell. «Se non avrò sue notizie entro un mese da oggi, vi do la mia parola, messere, che getterò nel fuoco la lettera del dragomanno e ne disperderò le ceneri al vento». Si alzò a sua volta e accennò un congedo. «I miei omaggi».

«Altrettanto a voi», ricambiò l'uomo di Firenze con un burlesco inchino. Prima d'incamminarsi verso il porto, tuttavia, parve rammentarsi di qualcosa e, infilata una mano sotto il mantello da viaggio, estrasse un minuscolo rotolo di stoffa che lasciò cadere con malgarbo ai piedi del vecchio.Lunell rimase impettito, in una posizione di sfida che rendeva oltremodo ridicola la sua figura di vegliardo. Soltanto quando rimase solo si chinò in fretta per raccogliere ciò che gli era stato gettato da Uzano. Non appena capì di cosa si trattava, soffocò un'ingiuria. Era una pezza di tessuto giallo, a forma di cerchio. L'infame rotella che ovunque, eccetto ad Alghero, gli ebrei avevano l'obbligo di cucire sui propri abiti.