Calabresi e la peggio gioventù. Una fiction fuori dagli schemi

Nella prima puntata i fatti vengono raccontati dal punto di vista del commissario. Scene inedite (per la tv) sulla contiguità tra salotti milanesi e ambienti anarchici 

Cento difetti e un solo pregio, ma quanto importante. È la sintesi di ciò che si è visto nella prima parte de Gli anni spezzati. Il Commissario, miniserie diretta da Graziano Diana appartenente alla trilogia prodotta da Albatross sulle ferite ancora aperte dei sanguinosi e controversi anni Settanta in onda su Raiuno. Non è facile accostare l'inizio della contestazione, le manifestazioni, i prodromi del terrorismo e la terrificante sequenza che, iniziata con la strage di Piazza Fontana e proseguita con la morte di Pinelli si conclude con l'efferato assassinio del servitore dello Stato Luigi Calabresi, qui interpretato da Emilio Solfrizzi.

In passato, soprattutto al cinema, quando ci si è provato, si è scelta un'angolazione particolare, sempre quella dell'affresco storico e della “meglio gioventù” o della interpretazione complottista. Per quanto visto finora nella fiction di Raiuno, produttori e autori hanno invece privilegiato un approccio personale, composto dai ritratti del commissario, del giudice (Mario Sossi) e dell'ingegnere (un dirigente Fiat, sintesi di più figure). Il momento storico rimane sullo sfondo, un contesto che si dà per acquisito, nel quale si muove il protagonista. Da qui originano sia i punti di debolezza che quelli di forza della storia. Ne scaturisce una fiction quasi da sussidiario, che livella le situazioni problematiche forse nell'intento di aggregare il pubblico della tv generalista. Una fiction semplificata, sovrabbondante di commento musicale e un tantino approssimativa in alcuni passaggi, con abbozzi rimasti incompiuti come, ad esempio, la cosiddetta «pista veneta». Anche lo sviluppo narrativo procede in modo elementare, piuttosto a disagio negli «esterni» e negli scontri di piazza, quasi sempre ripresi in campo stretto.

Forse sarà la povertà di mezzi a determinare anche certe sviste che avrebbero potuto essere corrette in post-produzione. Come ad esempio le scene subito dopo l'esplosione della bomba alla Banca dell'Agricoltura riprese alla luce del sole quando era ormai buio. Alcune sequenze risultano incollate, una scena dietro l'altra: l'encomio e il premio dei superiori al commissario, l'orologio regalato dai colleghi in vista delle nozze promesse dopo lo sbarco sulla luna, l'arrivo della moglie Gemma (Luisa Ranieri) e la successiva ripresa con Tito Stagno che annuncia l'allunaggio sugli schermi accesi sia in casa Calabresi che nel bar degli anarchici. Poi i sopralluoghi, le perquisizioni, i ciclostili, le librerie, anche gli antiquari. Perché, e qui ci avviciniamo agli elementi positivi della storia, si vede che tra i contestatori dell'ordine istituzionale c'è, già all'epoca alleata con i circoli giovanili, la media e alta borghesia milanese. Forse per la prima volta compare un altero Giangiacomo Feltrinelli incontrare Calabresi e discettare di collezionismo di libri. Il commissario dialoga con tutti, porta le sue ragioni, distribuisce, forse con troppa generosità, i suoi sani princìpi. Come quando, al militare «consegnato» per aver reagito all'aggressione di un collega, dice con una certa ridondanza che avrebbe dovuto porgere l'altra guancia come da insegnamento di nostro Signore che, «nella sua infinita saggezza, di guance ce ne ha date solo due». Oppure quando addomestica la rivolta dei celerini, pronti a vendicare la morte di Antonio Annarumma, e li convince a rientrare in caserma. Quando dialoga e scambia libri da leggere con Giuseppe Pinelli (Paolo Calabresi), capo del circolo del Ponte della Ghisolfa. O quando prende le distanze dalla linea adottata dai suoi superiori, defilandosi alle conferenze stampa...

Per la prima volta in televisione, ed ecco il pregio principale di questo tentativo molto perfettibile, lontano dalla retorica movimentista, l'inizio degli anni di piombo è visto con gli occhi e i sentimenti di un rappresentante delle forze dell'ordine che ci ha rimesso la vita. L'obiettivo degli autori è costruire una sorta di agiografia civile di Calabresi. E così, nella bagarre dei primi cortei violenti e in mezzo alle rivolte con molotov e lacrimogeni, il commissario emerge come un uomo retto, quasi un «terzista» ante litteram, distante dalle zone grigie dei servizi segreti, dagli apparati più opachi dello Stato, ma anche dalle ideologie eversive e antimperialiste che cominciavano, funestamente, ad attecchire.

Commenti
Ritratto di Jampa

Jampa

Gio, 09/01/2014 - 12:48

Sinceramente, non farei le pulci agli aspetti puramente tecnici di questa miniserie già trasmessa. Direi che tentare di rovesciare la frittata impostaci per decenni di un CALABRESI ASSASSINO è già un bel successo... Non dimentichiamo i dubbi pesanti e i trappoloni ideologici portati in giro per l'Italia da un FO con il suo MORTE ACCIDENTALE DI UN ANARCHICO. Già ieri sera al termine di questa parte, valutavo con interesse la scelta di mostrare un Calabresi privato, sia in casa sia in ufficio, per costruirne un (discutibile, appunto) MONUMENTO ALLA MEMORIA.

vicobarone

Gio, 09/01/2014 - 13:11

Sono contento che sia stata trasmessa dal servizio pubblico. La prudenza del regista nel mostrare il clima d'odio sparso da tutti contro lo Stato e l'ordine è sta eccessiva. c'era gente che andava alle manifestazioni di sinistra per provocare e picchiare la forze dell'ordine, e partiti e media che istigavano alla violenza di classe, gente che preparava con cura attentati. Mi sarebbe piaciuto vedere "gli atti preparatori" dei sicari e dei mandanti con nome e cognome, come capita in tutti i film.

carlo5

Gio, 09/01/2014 - 15:21

Questo siamo noi. O santo o dannato. Mai le mezze misure.

berserker2

Gio, 09/01/2014 - 18:01

Prima o poi, tanto per la Storia, se potete, pubblicate i 900 nomi degli "intellettuali", artisti, cantanti, scrittori, giornalisti, nani e mignotte varie tutti appecoronati, vili comunisti e sinistrati che firmarono l'infame manifesto contro Calabresi. Uomo mite e per bene, col senso dello Stato, che fu linciato dai suddetti vigliacchi. Adesso la maggior parte di questi vigliacchi è transitato dalla parte dei privilegiati che a parole dicevano di combattere all'epoca. Sono direttori di giornali, scrittori di successo, politici di tutti i partiti, premi nobel, industriali, giornalisti ben pagati, attori, registi, dirigenti e padroni vari. Hanno la responsabilità morale, ma nessuno ha mai avuto il buongusto di chiedere scusa. Il bello è che continuano a pontificare ed emettere sentenze come ai tempi belli, senza decoro e dignità, solo è che hanno più denaro, potere e privilegi. Ai tre riconosciuti materialmente responsabili dell'assassinio, i sofri, i bompressi se ci pensate quasi non hanno fatto galera, tutti ad affannarsi a chiedere grazia, sconti di pena e attenuanti varie. Sono tutti liberi, e ancora, invece di vergognarsi, sia gli esecutori, sia i mandanti morali, ancora pensano, credono di avere avuto ragione. La successiva stagione del terrorismo deve proprio grazie a questi personaggi, veri complici morali, il suo tragico sviluppo. Grazie sinistrati nullafacenti e nullacapenti anche di questo. CARI MODERATORI, lo pubblicate per favore.