Canetti, Beckett e Soyinka: figli di molte lingue madri

Per tutti gli scrittori la lingua è sempre madre. Senza di lei, semplicemente non esisterebbero.

Per tutti gli scrittori la lingua è sempre madre. Senza di lei, semplicemente non esisterebbero.

Ma anche gli scrittori sono cittadini, e in quanto tali, pur «cittadini del mondo» per definizione, se non altro grazie ai traduttori che possono condurli dalla Groenlandia alla Terra del Fuoco e da Vladivostok a Nagasaki facendo il giro lungo, devono sottostare alla dura legge dell'anagrafe. E, i più fortunati e/o i più bravi, alla morbida, dolce, accogliente legge del Nobel. Sia per l'anagrafe, sia per l'Accademia di Svezia, l'espressione «lingua madre» assume un significato diverso, diventa un passaporto, con o senza visto.

Nagasaki non l'abbiamo citata a caso. Lì è nato il Nobel fresco di stampa, Ishiguro Kazuo. Il quale tuttavia a sei anni, quando parlava e probabilmente scriveva nella lingua madre, la stessa di Kawabata Yasunari e di Oe Kenzaburo, che hanno fatto sorgere il Sol Levante a Stoccolma rispettivamente nel 1968 e nel 1994, era già inglese a tutti gli effetti. Quindi il suo passaporto letterario reca idealmente il visto di Elisabetta II. Ma nella storia del premio più desiderato (e discusso) al mondo, esistono tre casi anomali di... mater incerta. L'irlandese Samuel Beckett, è più figlio dell'inglese sorbito con il ciuccio in culla o del francese, prediletto come scelta di campo durante la Resistenza al nazismo e soprattutto per questioni, come diceva lui stesso, di «non stile», che era poi il suo stile? Entrambe le risposte sarebbero frammenti di teatro dell'assurdo. La risposta giusta è: non si sa.

Più lineari, nonostante percorsi più accidentati, dal punto di vista storico ed editoriale, i casi di Elias Canetti e Wole Soyinka. Il primo era bulgaro, naturalizzato inglese e di lingua tedesca. Se a ciò aggiungiamo il padre ebreo di origini spagnole e la madre ebrea sefardita di origini italiane, sembra nato apposta per rassicurare il mondo intero su un fatto incontrovertibile: la letteratura è, ovunque si trovi, apolide. Il suo tedesco gli deriva dalla temperie austro-ungarica e dai colloqui privati fra mamma e papà, entrambi assaggiati da bambino, per poi assurgere alle ben note vette.

Il nigeriano Soyinka, da parte sua, ha scelto l'inglese come lasciapassare valido dappertutto. La sua Africa ne aveva bisogno per affrancarsi ecumenicamente dalle catene coloniali. Il messaggio è chiaro fin dal primo suo romanzo scritto in quella lingua. Si intitola Gli interpreti, e ben sappiamo che tradurre significa anche interpretare... Gli interpreti di cui si narra sono cinque intellettuali di ritorno in Nigeria dopo che il loro Paese ha ottenuto l'indipendenza, negli anni Sessanta. Ma non riescono più a leggere la società che avevano lasciato per vivere in Occidente. Il che conferma che, se tutte le lingue sono madri, quasi sempre l'uomo si comporta con i propri simili come un padre soltanto putativo.