A Cannes un film già visto Il cinema italiano piace (per i premi consolazione)

Come la Rohrwacher anche Sorrentino e Garrone si fermarono a un passo dalla vittoria. E l'ultima Palma d'oro risale al 2001...

da Cannes

Il Gran Premio della Giuria a Le meraviglie di Alice Rohrwacher, l'Oscar come miglior film straniero a La grande bellezza di Paolo Sorrentino, segnano indubbiamente un momento di gloria del cinema italiano. Del resto, qui a Cannes, fra Sophia Loren in carne e ossa, Marcello Mastroianni in effige, il tributo a Sergio Leone come re-inventore del western, non si può proprio dire che l'Italia non brillasse di luce propria. Certo, l'ultima Palma d'oro vinta sulla Croisette risale a tredici anni fa, La stanza del figlio di Nanni Moretti, arrivata oltretutto oltre vent'anni dopo quella per L'albero degli zoccoli di Ermanno Olmi. Certo, oltre «premio e gran premio», riconoscimenti prestigiosi, ma non «il» riconoscimento per eccellenza, sembra non si riesca ad andare, come negli scorsi anni hanno dimostrato Gomorra, Il Divo, Reality. Continuiamo insomma a restare ai premi di consolazione, ma questo fa parte delle scelte delle singole giurie e, senza cadere nel vittimismo o nella retorica patriottarda, fa parte delle regole del gioco.

D'altra parte, se si guarda in casa altrui, addirittura in quella dei padroni di casa, non è che lì si stia a festeggiare stappando bottiglie di champagne. Eccezion fatta per l'accademico e quasi obbligatorio riconoscimento a Adieu au langage di Jean-Luc Godard, la cinematografia francese se ne torna a mani vuote, nonostante la critica transalpina avesse fatto muro, come un sol uomo, intorno al Saint Laurent di Bonello, al Sils Maria di Assayas, al Deux jours, une nuit dei fratelli Dardenne. Unica eccezione in questo sciovinismo, quella per The Search di Hazanavicius, considerato troppo hollywoodiano e troppo poco artistico. In realtà, tolti i Dardenne, a essere inguardabile era proprio l'intellettualismo che stava dietro a quei film: fiumi di parole, narcisismo delle immagini, registi presuntuosi, storie pretestuose.

E tuttavia, quelle opere mediocri, nonché quella riuscita dei Dardenne e quella comunque dignitosa di Hazanavicius, raccontano una cinematografia capace di applicarsi ai generi più diversi, l'affresco di costume, il film di guerra, la riflessione sulla crisi economica etcetera, che ne attesta la vitalità, la voglia di andare oltre.

È sotto questo aspetto che il cinema italiano, come industria, come creatività, mostra il suo ritardo: ci sono delle performances individuali, ma coprono il vuoto che sta loro dietro. E non è un paradosso che Le meraviglie abbia suscitato interesse proprio nel suo non essere in linea con una certa nostra immagine. Il che, se da un lato può essere un bene, la capacità di stupire, dall'altro rimanda a una soggettività che non viene da una scuola né si fa scuola, nonostante ci si affretti ad appiccicargli sopra nomi illustri (Rossellini su tutti) come garanzia di una lezione e di una tradizione.

Probabilmente, siamo a un punto di svolta: nuove energie che premono, vecchie rendite di posizione che fruttano sempre meno, necessità di trovare il giusto equilibrio fra cinema commerciale e cinema d'autore. È una strada lunga, e non facile, ma di solito l'Italia sorprende quando tutti la danno per spacciata.