Il capitalismo? Una religione, ma fondata sulla libertà

Per Agamben l'economia di mercato è un atto di fede nel credito. Dietro però c'è una pura volontà individuale

Il capitalismo «è una religione il cui Dio è il denaro». Così Giorgio Agamben in Creazione e anarchia. L'opera nell'età della religione capitalista (Neri Pozza, pagg. 132, euro 12,50). Ma che cos'è il denaro? Se inizialmente esso è una cosa tangibile (una moneta d'oro, per esempio, il cui valore corrisponde grosso modo a quello del materiale di cui è fatta), a partire dal processo di smaterializzazione della moneta, cominciato secoli fa con l'introduzione delle lettere di cambio e delle banconote, esso è diventato nient'altro che moneta fiduciaria, ossia titolo di credito, promessa di pagamento. E dopo il 15 agosto 1971, con la sospensione sotto la presidenza Nixon della convertibilità del dollaro in oro, si è tramutato in un credito fondato solo su se stesso, non corrispondente ad alcuna merce.

Il capitalismo dunque è una religione interamente fondata su un atto di fede, il cui culto si è emancipato da ogni oggetto. Ma in cosa crede una fede senza oggetto? Agamben risponde così: il capitalismo «crede nel puro fatto di credere, nel puro credito, ossia nel denaro». E le banche, dal momento che non sono altro che macchine «per fabbricare e gestire il credito», ne sono le chiese. Ecco perché, per questa religione, la decisione di sospendere la convertibilità in oro ha rappresentato un atto di «chiarificazione del proprio contenuto teologico» paragonabile «alla fissazione di un dogma conciliare». Questo dogma istituisce una fede assoluta nel denaro, ossia nel credito (qualcosa di immateriale, «sostanza di cose sperate»), svincolandolo da ogni referente esterno (metallo, merci). E cancellandone il «nesso idolatrico con l'oro» lo «afferma nella sua assolutezza», poiché quando la «cosa sperata» non c'è più, dal momento che dietro il denaro c'è soltanto altro denaro, il nesso con le cose del mondo si spezza e il denaro diventa fine a se stesso, tramutandosi in «merce suprema». Ma, divenendo tale, esso finisce per nullificare il valore di tutte le merci. Viene rimosso così «l'ultimo ostacolo alla creazione di un mercato della moneta, alla trasformazione integrale del denaro in merce» con azzeramento di tutto il resto (propedeutico alla nascita e affermazione del capitalismo finanziario).

È così che siamo diventati, secondo Agamben, «una società la cui religione è il credito», condannata a vivere a credito. Così che nascono il predominio incontrastato della finanza e le bolle finanziarie (non lo dice esplicitamente, ma è ciò che ne consegue) e che siamo passati «dal capitalismo ottocentesco, ancora fondato sulla solvenza e sulla diffidenza rispetto al credito», al capitalismo finanziario contemporaneo, fondato sul continuo ricorso all'indebitamento e su capitali fittizi. Transizione che a molti appare come l'inizio della fine. Una pericolosa rincorsa, dal momento che «le aziende, per poter continuare a produrre», devono ricorrere di continuo al prestito presso il sistema bancario, in sostanza ipotecando «anticipatamente quantità sempre maggiori» di lavoro e di produzione futura. La religione capitalista dunque «vive di un continuo indebitamento, che non può né deve essere estinto». Ma questo non vale solo per le aziende. Oggigiorno sempre di più il fenomeno dell'indebitamento tocca gli individui, le famiglie, tutti «religiosamente impegnati in questo continuo e generalizzato atto di fede sul futuro». E le banche finiscono per essere i sommi sacerdoti che amministrano «ai fedeli l'unico sacramento della religione capitalista: il credito-debito». Se la gente smettesse di avere fede nel credito, osserva Agamben, il capitalismo crollerebbe in un istante.

Però, non tutto torna in questa catena di serrate argomentazioni. Innanzitutto, il capitalismo pare più uno stato naturale dell'uomo che una fede; o tutt'al più uno stato di necessità, posta l'impossibilità di individuare forme alternative migliori, e dunque rappresentando storicamente «il migliore dei mondi possibili». In secondo luogo, vi è aspetto non trascurabile che pare sfuggire a molti commentatori: e cioè che anche la convertibilità della moneta in oro era un atto di fede, non essendo l'oro un bene primario, non certo qualcosa sotto cui ripararsi o con cui nutrirsi (chiedetelo a Re Mida), ma un prodotto culturale.

Ma non è tutto. Il capitalismo, prosegue Agamben, non avendo alcun telos, ossia alcun fine ultimo, «è essenzialmente infinito, e tuttavia e proprio per questo incessantemente in preda a una crisi, sempre in atto di finire» (evidentemente egli non vede nell'affermarsi di un crescente benessere diffuso un traguardo meritevole o disconosce che ciò stia avvenendo). Ma così come non può avere una fine, pur essendo in uno stato di crisi permanente (anche se a ben guardare sono parole nostre si tratta di stati di crisi rispetto al paradigma della crescita permanente e non di crisi tout court), «così il capitalismo non conosce un principio», essendo «intimamente an-archico», ossia senza un inizio e senza un comando (l'etimo della parola archè rimandandoci a un duplice significato: «origine» e «comando»), e «tuttavia, proprio per questo, sempre in atto di ricominciare». Ecco spiegata, secondo Agamben, la relazione che corre tra capitalismo e innovazione: «L'anarchia del capitale coincide col proprio incessante bisogno di innovazione», di nuove conquiste. Non solo. Rappresentando, come avevano intuito Pier Paolo Pasolini e Walter Benjamin, «forse il potere più anarchico mai esistito», ecco venire in evidenza, conclude Agamben, il carattere «anarchico» non solo del capitalismo ma anche del potere collegato, e dunque dello Stato liberale, il quale non affondando le radici su alcun terreno stabile («l'essere») sposta il suo raggio d'azione sul terreno della prassi («l'agire»), finendo per porre enfasi su concetti come «volontà» e «libertà». E grazie a Dio, diciamo noi. «Ora si capisce bene - scrive Agamben - perché la religione capitalista e le filosofie a essa subalterne hanno tanto bisogno della volontà e della libertà. Libertà e volontà significano semplicemente che essere e agire, ontologia e prassi, che nel mondo classico erano strettamente congiunte, ora separano le loro strade. L'azione umana non è più fondata nell'essere: per questo è libera, cioè condannata al caso e all'aleatorietà». E non è detto che sia un male, aggiungiamo noi. Tutt'altro.

Commenti

idleproc

Sab, 09/12/2017 - 13:42

Il "mercato" nel capitalismo finanziarizzato, iperconcentrato, oligopolistico, col sistema di mediazione politico corrotto e lobbistico spostato fuori dalle rappresentanze reali e gestito dalla propaganda è finito, non esiste più. Invece di perder tempo a far quadrare con artifizi nemmeno logcici per proclamre l'eterna esistenza del capitalismo sarebbe opportuno prepararne un degno funerale. Il suo lavoro lo ha fatto, anche degnamente ma è finito.