Cara mamma, se scrivo così lo devo a te Firmato Roald Dahl

Escono in Inghilterra le lettere che l'autore del «Grande Gigante Gentile» scrisse per tutta la vita alla madre Dall'infanzia nei (severissimi) collegi a quando divenne pilota della RAF fino agli anni del controspionaggio negli Usa

«Love from Boy». Così si firmava Roald Dahl nella prima di una lunga serie di lettere dal collegio, datata 1925, indirizzate a sua madre. Aveva solo nove anni, motivo per cui si festeggia quest'anno il centenario della nascita. Aveva solo nove anni, motivo per cui, terrorizzato, scriveva: «Qui si sta benissimo. Gioco a football tutti i giorni. Gli insegnanti sono tanto gentili». Anni dopo chioserà: «Per compiacere il pericoloso preside che stava alle nostre spalle, scrivevamo cose splendide sulla scuola». Aveva solo nove anni, il celebrato autore di capolavori come La fabbrica di cioccolato (oltre 13 milioni di copie vendute dal 1964), James e la pesca gigante e Matilde (tutti pubblicati in Italia da Salani), quando venne spedito al St Peter' School dalla mamma Sophie Magdalene, rimasta vedova a 36 anni di Harald, commerciante norvegese immigrato in Galles.

Sophie apparve sempre come una minacciosa figura di primo piano nella vita di Dahl, che non se ne sbarazzò mai: dagli anni del collegio fin quando era già un pilota della RAF e poi un attaché del controspionaggio negli Stati Uniti, «Apple» (questo il nomignolo affettuoso del prediletto tra cinque figli) le scrisse quasi tutti i giorni. Fu quello il modo in cui Roald si avvicinò alla scrittura, visto che ai libri per bambini non arrivò fino ai 40 anni. E sempre in qualche modo scrisse «accanto» a sua madre: fino alla propria morte, Dahl compose tutti i suoi libri seduto sulla vecchia poltrona appartenuta a Sophie, opportunamente modificata con un appoggio che la trasformava in scrivania.

Ieri, nel quadro degli eventi previsti per commemorare uno degli autori per ragazzi più amato e noto al mondo, le lettere di «Boy» alla mamma sono state pubblicate per la prima volta in Inghilterra, complete dei disegni originali dell'autore, con il titolo appunto di Love from Boy, a cura di Donald Sturrock, (sua la straordinaria biografia uscita nel 2012, Roald Dahl. Il cantastorie, da noi edita da Odoya). Sono oltre 600 e coprono un periodo di circa quarant'anni. Lei le conservò tutte, nella buste originali, in ordinati pacchetti legati con un nastro verde. Le protesse dai bombardamenti. Le portò con sé nei numerosi traslochi. Ma a lui non lo disse mai. A Dahl vennero riconsegnate nel 1967, dopo il ritorno dall'operazione alla spina dorsale che gli avrebbe cambiato la vita e che coincise con la morte di sua madre.

Le più interessanti sono scritte prima del 1946, quando madre e figlio erano separati. Dopo, lui tornò dagli Stati Uniti per vivere con lei, nel Buckinghamshire. Dahl descrive gli anni dei collegi, prima il St. Peter, poi Repton. Luoghi dove i «prefetti» che nella Hogwarts di Harry Potter appaiono figure rispettabili, si chiamavano Boazer: «Avevano diritto di vita e di morte sui più piccoli. Un Boazer poteva picchiarti per un centinaio di trascurabili misfatti: per aver lasciato bruciare il suo toast all'ora del tè, per aver spolverato male la sua stanza, per non essere riuscito ad accendere il fuoco nel caminetto del suo studio anche se avevi dilapidato la metà del tuo stipendio in fiammiferi». Luoghi dove i Direttori picchiano i ragazzino con la canna: «Lacerava la pelle. Provocava striature azzurre e violette che si gonfiavano e ci mettevano tre settimane a scomparire». Non stupisce che i bambini protagonisti dei racconti di Dahl subiscano punizioni che lasciano il segno per giorni o per sempre, ricatti e torture psicologici, ingoino cibi e bevande disgustose, sopportino miseria e sopraffazione. Non stupisce che quando Sophie chiese a suo figlio se preferiva Oxford o Cambridge per continuare gli studi, questi rispose senza mezzi termini che finito il collegio se ne voleva andare dritto dritto a lavorare, «in meravigliosi paesi lontani come l'Africa o la Cina».

E nelle lettere ci sono gli anni di addestramento come pilota di guerra in Iraq e in Egitto (Alessandria, 20 giugno 1941: «Voliamo anche 7 ore al giorno: sudiamo come maiali da quando entriamo in cabina a quando ne usciamo»), le azioni in Grecia e in Palestina. Il periodo in cui, dimesso nel 1942 da pilota della RAF dopo un grave incidente in Libia che gli provocò da lì in poi veri blackout mentali (a quel «colpo in testa» lui attribuì il neonato desiderio di scrivere storie), viene spedito all'ambasciata inglese a Washington, dove in sostanza svolgerà attività di controspionaggio. Là si mescolò con l'high society statunitense: conosce Martha Gellhorn e Ernest Hemingway, gioca a poker con Harry Truman e incontra Walt Disney, con il quale pubblicherà nel 1943 The Gremlins, il suo primo libro (27 novembre 1942: «Sono stato a Hollywood: 80 artisti a disegnare tutti insieme: non avevo mai visto nulla del genere»).

L'epistolario è struggente, tutto permeato dall'intimo desiderio narrativo in verità tipico di un figlio unico verso una madre sola. Le lettere dimostrano che fu Sophie l'unico vero punto di riferimento di Dahl per tutta la vita, la guida, la mater familias che gli trasmise l'amore per l'orto, gli animali, la cucina, il vino, la pittura, sempre dietro le quinte eppure figura potentissima, della quale Roald ebbe il coraggio di parlare direttamente per la prima volta solo a quasi vent'anni dalla morte, nell'autobiografia d'infanzia Boy. Per questo Love from Boy rimane forse il miglior tributo al centenario, che vedrà comunque una serie straordinaria di eventi, a partire dall'uscita del film di Steven Spielberg, tratto dal GGG, il Grande Gigante Gentile, appena presentato a Cannes. E poi - mentre a Londra le repliche del musical Charlie e la fabbrica del cioccolato arrivano a mille - un dizionario speciale dedicato al linguaggio di Roald Dahl a cura della Oxford University Press e due mostre, in apertura a giugno a Londra e a Cardiff, dedicate a Quentin Blake, l'illustratore di tutti i libri di Dahl.