Cari venerati maestri, attenti a non pungervi col cactus della critica

Eco, Citati, Magris, Cacciari... Dalle recensioni e «satire» del noto italianista non si salva nessuno

Quando c'era lei, cari voi... Quando c'era la Critica, quella coraggiosa, competente, lucida, tagliente, ironica, quella vera, dovevate stare attenti anche voi, cari venerati maestri. Bei tempi. E bei pezzi. Come quelli che Alfonso Berardinelli ha raccolto nel volume Cactus. Meditazioni, satire, scherzi (Castelvecchi), tutti scritti tra gli anni '80 e '90 su varie riviste, tutti convergenti in quella «critica della cultura» che è da sempre il suo privilegiato campo d'azione. Cactus, nel senso di spinoso. E in effetti, aggressività sottile e leggero sarcasmo, Berardinelli - italianista princeps, docente di Letteratura contemporanea all'Università di Venezia fino alle dimissioni nel 1995 in polemica con il sistema corporativo dell'accademia italiana - è un vero talento nello smascherare l'intellettuale quando diventa caricatura di se stesso. Scrive l'editore Castelvecchi (o chi per lui) presentando il libro: «Con la crudeltà aforistica dei suoi ritratti, ecco che sotto i nostri occhi la critica si trasforma in letteratura e il giudizio in satira, e diagnosi lucide e irrisorie mostrano i tratti involontariamente comici di quella artificiosa serietà e di quella funesta profondità che continuano a imperversare nella nostra cultura».

Appunto. Qualche esempio particolarmente pungente. Ecco, da Linea d'ombra (1988), la celebre, irresistibile stroncatura, lunga dieci-dodici cartelle, del Pendolo di Foucault di Umberto Eco, basata solo sulla prima frase del romanzo: «Fu allora che vidi il pendolo. Mi ero sbagliato a sottovalutare quell'inizio. In verità non si può leggere una frase simile senza sfregarsi le mani, in veste di lettori. Ah, come mi sento interamente lector in fabula. Quel fu! Quell'allora! Quel vidi! Quel pendolo! Tutto è così... così remoto, così naturale, così visivo, così scientifico, così fallico. Fu. Allora. Che. Vidi. Il. Pendolo. Il mistero e la forza evocativa del passato remoto (fu). La perentoria determinazione dell'avverbio di tempo (allora). La vivida presenza della rivelazione diretta in prima persona (vidi)....». Ecco, da Micromega (1989), la recensione di Storia prima felice, poi dolentissima e funesta di Pietro Citati («da quando si è saputo che cosa la Repubblica ha pagato per strapparlo al Corriere della sera è diventato il Numero Uno della critica e della letteratura italiana»), un libro «morbido come una poltrona, non una poltrona di gran valore, ma la poltrona in cui siedo e che mi fa scorrere veloce verso la meta, verso la fine del libro». Perché in Citati - uno che non si accontenta di leggere e rileggere i grandi capolavori della letteratura, «è che lui vuole riscriverli di mano propria, vuole firmarli con il proprio nome» - «tutto è così dolcemente iperbolico, così vellutato, fluidificato, glassato, omogeneizzato...». Ecco il perfido ritratto di Roberto Calasso (da Panorama, giugno 2000), del quale Berardinelli invidia «la chiaroveggenza editoriale e l'autorità semidivina con cui sa muovere i giornali»: un tipo, diciamo così, enigmatico («fare misteri è la chiave del suo stile»), la cui scrittura e la cui sapienza sono riassumibili nella triade «assolutezza formale, epifania del divino e molti brividi»: «Calasso è uno scrittore meno affabile e democratico di Eco e Calvino. Invece di chiarire e tranquillizzare, vuole affascinare facendo drizzare i capelli, i peli della barba e qualcos'altro». O, ancora, ecco la micidiale mini biografia di Alberto Asor Rosa (da Panorama, ottobre 2000), «uno che veniva dalla periferia, dal basso, dal cattivo gusto letterario e dell'insolenza politica, ma aspirava ai privilegi e alle finezze dell'alta borghesia» (ed ecco spiegato il suo innamoramento intellettuale per il principe Giulio Einaudi), uno che «ossessionato dalla politica come pura tecnica del potere (e la letteratura italiana, per quanto ci si sforzi, offre poco), quando vede che il potere lo esercitano gli altri si deprime».

Ma sono solo pochi esempi. Il libro, in sé, è ricchissimo di spine e veleni. Si segnalano: un'impietosa fenomenologia (datata 1983) dell'intellettuale italiano, quadripartito in intellettuale ruspa, tritacarne, apriscatole e frullatore (peccato che non si facciano i nomi...), alcune imperdibili «foto segnaletiche» di autori alla moda (Magris, Severino, Vattimo, Cacciari e sopratutto Toni Negri) e bestiari vari di «scrittori rampanti», «critici dimezzati», «poeti inesistenti», autori pavone & bestselleristi escretori... Che zoo, la cultura italiana.