Carmelo Sardo, indagine (senza fine) sull'ergastolo

Gian Paolo Serino

Con il precedente Malerba, tradotto in oltre dieci Paesi, Carmelo Sardo ha raccontato la Sicilia più nascosta: attraverso la storia vera dell'ergastolano Giuseppe Grassonelli ci ha condotto in quella barbarie che è il «fine pena mai». Siamo gli unici in Europa a condannare un uomo alla morte della vita: un abominio talmente incomprensibile che persino i computer delle carceri non accettano la dicitura «fine pena mai» e, come racconta Carmelo Sardo, è necessario scrivere «31 dicembre 9999».

Con Malerba siamo davanti a un capolavoro di letteratura civile: un testo che andrebbe adottato nelle scuole per far capire come l'abominio della Mafia si scontri spesso con quello a volte peggiore della Legge Umana. E la disumanità Carmelo Sardo, vice caporedattore Mediaset-Tg5, è abituato a frequentarla da sempre: come giornalista e scrittore, ma anche come uomo perché il destino l'ha sbattuto sin da ragazzo tra le ultime pagine della vita. Durante il servizio di leva fu mandato nel penitenziario di massima sicurezza di Favignana: uno di quelli che negli anni '70 erano chiamati «supercarceri». Lì, tra quelle mura dove si respira il mare ma non lo si vede, ha incontrato un boss mafioso, un «fine pena mai». Ed è da questo spunto autobiografico che parte il suo nuovo romanzo Per una madre (Mondadori, pagg. 362, euro 19). In Per una madre troviamo una Sicilia lontana dai soliti stereotipi: una Sicilia che nessuno scempio urbanistico, ambientale o umano potrà mai sfregiare. Con una prosa che a tratti ricorda il miglior Gesualdo Bufalino, quello per intenderci di Diceria dell'untore (Bompiani), e si ispira al Gadda del Pasticciaccio (proprio per l'uso sapiente della componente gialla come strumento di denuncia), Carmelo Sardo ci racconta il riscatto di uomini che condanniamo senza riserve, rinchiudendoli in un orrore forse ancor peggior di quello di cui sono colpevoli. E attraverso la storia parallela dei figli di un capomafia ci troviamo immersi in un'indagine che ci porterà a comprendere come il più delle volte i veri colpevoli siamo noi. Indifferenti a tutto ciò che non ci riguarda, che si sfiora: a tutto ciò che non vogliamo vedere.