"Il Centodelitti", manuale firmato Scerbanenco sul nostro male quotidiano

Sui settimanali femminili degli anni Sessanta lo scrittore fece il ritratto al nero della società

La signora è sotto il casco della permanente e ci starà ancora per un bel po', così la ragazzina le chiede, sussurrando umilmente: «Intanto le faccio le mani?». La signora squadra con un'altezzosa occhiata la ragazzina, poi si studia per un attimo le unghie, allungando con gesto teatrale le braccia: «Perché no?». Quindi ordina: «Passami quella rivista». Così, sfogliando la rivista con una sola mano mentre l'altra si concede, magnanima e superba allo stesso tempo, alla ragazzina, la signora, fra il dolce di un tailleur celeste che lì in fotografia, indosso a Grace Kelly è perfetto (ma a lei come starebbe?) e il piccante di un articolo su Marcello Mastroianni (lui sì che è un uomo, non suo marito, che ormai la tratta come una sorella), assaggia il gusto amaro della vita.

Perché la rivista, nel pigro sabato pomeriggio degli anni Sessanta, si chiama Annabella, o più probabilmente Novella, e su quelle pagine scrive anche un signore dal nome comune, Giorgio, ma dal cognome strano, da straniero, quale era stato, tanti anni prima quando ancora in fasce arrivò a Roma, in fuga dall'Ucraina, con la sua mamma ma senza il suo papà, ucciso dalla Rivoluzione: Scerbanenco, con la seconda «c» al posto della «k», troppo esoticamente aggressiva. La signora non lo sa, non lo sa quasi nessuno, ma quel signore è lo stesso «Adrian», lo stesso «Valentino» che poche pagine prima o dopo, nello stesso numero, tiene la posta del cuore, consiglia e conforta, suggerisce e ammicca rivolto alle signore o signorine, sedute impettite sotto il casco della permanente, o sdraiate, in vestaglia e ciabatte, sul divano di casa. E che invece, in Non avrebbero più sognato, oppure in Attenzione: pericolo di vita, o ancora in Non ne aveva mai bisogno, presenta loro in incognito il rovescio della medaglia, dal rosa passa al noir, detto alla francese, ché fa più chic.

Sono racconti brevissimi, di una cartella, una cartella e mezza: spunti, idee, folgorazioni, ma messi giù in perfetta forma, conclusi in se stessi come poesie. Oppure racconti più lunghi, diciamo una ventina di cartelle, autentici romanzi concentrati, compressi nel tedio e nel rimorso che aleggia fra le pareti di una lussuosa villa, o di uno squallido bilocale di periferia, o di un grigio ufficio del commissariato di polizia, oppure tratteggiati da nevrili flashback in esterna: i Giardini pubblici, la tangenziale, un paesino di montagna foderato di neve... Sono, tutti, resoconti di delitti, con o senza il morto, con o senza sparatorie o coltellate, perché è un delitto grave anche non fare ciò che si potrebbe e si dovrebbe fare per salvare un matrimonio, un'amicizia, un amore.

Il delitto era il mestiere di Giorgio Scerbanenco, e la raccolta Il Centodelitti ora tornata in libreria (La nave di Teseo, pagg. 638, euro 20, prefazione di Cecilia Scerbanenco) ce lo ribadisce con la stessa intensità e la stessa profondità dei suoi romanzi più noti quali Venere privata, La sabbia non ricorda, Ladro contro assassino. Uscito per la prima volta da Garzanti nel 1970 a cura e con l'indebita intromissione, come spiega la figlia dell'autore nella prefazione, di Oreste del Buono, il quale oltre a cambiare i titoli originali inserì due suoi racconti (il numero 19 e l'80, anche qui riproposti) «forse per lasciare un'impronta più sua in un'opera che OdB doveva sentire molto sua», commenta Cecilia, al Centodelitti, per dare un'idea della quantità della produzione di «Enko», come lo chiamava l'amico «Mezzo Toscano», fece seguito nel '94, da Frassinelli, sempre curato da del Buono, Il Cinquecentodelitti. Ma cento (anzi, 98) sono già un completo campionario di tipi umani, in bilico fra l'anonimato della quotidianità e la cattiva fama della cronaca nera.

E Scerbanenco, uno che sapeva parlare alle donne e conquistarle con i modi, l'intelligenza e la sensibilità, non essendo propriamente un adone, galantemente ci presenta poche, pochissime femmine colpevoli (fra le quali spicca, nel serrato e agro Lolite si muore, la tenutaria di un bordello-sgabuzzino dietro il suo negozio di merciaia, frequentato da vecchi bavosi e minorenni povere ma belle ingolosite da qualche «michelangelo», alias pezzo da diecimila lire). Le altre, prostitute, impiegate, ereditiere cornute, studentesse ingenue, casalinghe disperate, sono vittime di uomini deboli, vili, pusillanimi, violenti. Chi li ha vissuti, ripercorre l'album degli anni Sessanta, in una Milano (ma ci sono puntatine a Torino - qualche racconto comparve su Stampa Sera - o a Roma, o nella Liguria e nella Versilia delle vacanze estive, e in Sicilia e in Svizzera) torrida o nebbiosa, dove due fratelli «terroni» salgono per tutelare l'onore dalla loro sorella promessa sposa (La figlia del giudice), o dove un ragazzo di vita viene abbordato e assoldato come killer al Parco Sempione da un vecchio e ambiguo criminale (Scuola serale), o dove una mezza sega di ragazzo- bene attratto dal male si mette, per pura noia, a tirare dalla finestra di casa fucilate sulla folla (Come i gatti).

Erano anni in cui la correctness non si sapeva ancora dove stesse di casa, e i neri si chiamavano «negri», e i papponi, i rapinatori, i ladri, figli e nipoti degeneri della ligéra, la malavita romantica in via d'estinzione, ne combinavano di tutti i colori. Scerbanenco, cronista letterato o letterato cronista, s'immerge in questo mondo e ci relaziona a modo suo, con stile e misura anche quando fa scorrere il sangue. Ricordandoci che nemmeno i buoni sono buoni al cento per cento, lo scheletro di qualche piccolo delitto ce l'hanno anche loro, nell'armadio del cuore.