Che bello il dolente incanto del Messico

Difficile sottrarsi al fascino delle pagine di Amuleto, il romanzo di Roberto Bolaño, lo scrittore cileno scomparso nel 2003. Il quale stavolta discetta con sarcasmo sulle repressioni cui assistette quando viveva in Messico. Anche se sbaglieremmo a vedere in questo, considerato il suo capolavoro, un saggio sull'oppressione al potere, dato che, come afferma nella sua brillante interpretazione Maria Paiato il quale l'ha trasformato in monologo, Amuleto è prima di tutto un testamento onirico. Prende spunto dall'irruzione poliziesca in un'università messicana nel 1968, ma poi si sbilancia in tutt'altra direzione. La protagonista infatti non è né una scrittrice né una rivoluzionaria, ma una sognatrice. La quale, nascosta per giorni nei bagni della facoltà di Lettere di Città del Messico, comincia a raccontarci la sua vita, in un resoconto romantico e idealista della sua amicizia con i giovani poeti che si augura riusciranno a cambiare con la cultura il loro Paese. A immagine e somiglianza di ciò che accadde nella madrepatria iberica ai tempi del Siglo de Oro, considerata dall'autore una sorta di Don Chisciotte in gonnella, la protagonista ci trasporta, come la narratrice delle Mille e una notte, da un luogo reale a uno immaginario, da un personaggio autentico a un eroe sognato in una ridda di magiche apparizioni. E soltanto l'appassionata dedizione di un'attrice in stato di grazia ci consente di sfogliare questa lunga notte messicana. Il tutto nella bella regia di Riccardo Massai.

AMULETO - Milano, Teatro Franco Parenti.