Che brava Roma (antica) a reagire alle emergenze

L'Urbe fu colpita da enormi calamità e riuscì a superarle grazie alla rete di aiuto sociale

I più grandi successi del mondo antico ma anche i più grandi disastri del mondo antico. La storia di Roma può essere vista sia guardando ai primi ma anche, seppure sia meno usuale, guardando ai secondi. E se parliamo di disastri i Romani vantano, causa la grandezza dei loro domini e la molteplicità delle loro imprese, episodi tra i più terrificanti della pur lunga vicenda umana. Giusto per citare i più famosi: il disastro di Canne (una mattanza paragonabile a quelle molto più tecnologiche della Prima guerra mondiale), l'eruzione che distrusse Pompei ed Ercolano, il grande incendio di Roma del 64 d.C. che provocò migliaia di vittime e 200mila senzatetto...

Ecco, lo storico di Cambridge Jerry Toner parte proprio da questa feroce pars destruens per indagare meglio le caratteristiche che consentivano agli antichi romani di sopravvivere alle calamità, anzi, alcune volte, persino di volgerle a proprio favore. Nel suo I disastri dell'antica Roma. Calamità e resilienza (in Italia pubblicato da Leg, pagg. 252, euro 24) sfata molti luoghi comuni sulla super potenza del mondo antico. La prima cosa che spiega con dovizia è che, per quanto i quiriti fossero in grado di creare edifici meravigliosi, la qualità media degli edifici comuni e la loro sicurezza rispetto ad incendi e terremoti era molto bassa. Quindi la calamità era sempre alle porte. Un esempio per tutti? Il Colosseo è un'opera magnifica ed è ancora in piedi ma lo standard per gli anfiteatri era diverso. Nel 27 d.C. a Fidene una struttura in legno per spettacoli gladiatorii era stata riempita con 50mila persone, idea, racconta Tacito, di un certo liberto Attilio che voleva arricchirsi coi giochi (da sempre lo sport ai palazzinari fa gola). Crollò di colpo e fu una strage: decine di migliaia di morti.

E non solo brutte costruzioni. Per quanto i romani fossero noti per il loro altissimo livello organizzativo, la prima cosa constatata da Toner è che almeno sino all'imperatore Augusto (sul trono dal 27 a.C. al 14 d.C.) ben difficilmente furono messe in campo delle attività ufficiali per prevenire i disastri. Banalizzando: niente protezione civile. Ma anche con l'arrivo del «Padre dello Stato» rimase un sistema alquanto embrionale. Ad esempio quello che Augusto riuscì a organizzare durante la crisi alimentare che colpì Roma tra il 6 e il 7 d.C. fu questo: espellere dalla città 100mila tra gladiatori, schiavi invenduti e stranieri (medici e insegnanti esclusi). Un razionamento del grano e l'allontanamento del seguito imperiale. Davvero poca cosa. E ogni volta che Augusto cercò di far drenare il letto del Tevere per evitare le periodiche inondazioni dovette scontrarsi con la resistenza di tutte le città vicine a Roma. Temevano che cambiando il letto del fiume la piena sarebbe toccata a loro.

No i romani, a livello istituzionale, erano tutt'altro che bravi nella prevenzione e anche nella gestione delle crisi in corso appaiono, ai nostri occhi di moderni, piuttosto strambi. Ad esempio, in epoca tardo imperiale, il governatore di Edessa cercò di contrastare una crisi alimentare distribuendo pane gratuitamente e mettendo delle stuoie nelle terme del foro per far dormire chi aveva perso la casa non riuscendo a pagare l'affitto. Non aveva previsto che i mendicanti di tutta la regione sarebbero piombati sulla città... Fu un disastro nel disastro. Va però detto che certe politiche buoniste, dei nostri giorni, non per forza sono più avvedute... Anche la scelta dell'imperatore Giuliano, nel 363 d.C., di calmierare artificialmente i prezzi del grano non funzionò. Anzi, finì per far fuggire tutti i mercanti di grano lontano dalla città e peggiorare di molto le condizioni dei cittadini.

Ma allora come facevano gli antichi romani a sopravvivere a tutte queste piccole apocalissi, anzi in taluni casi a diventare addirittura più forti dopo la crisi? L'idea di Toner è che per quanto lo Stato romano, per l'epoca, fosse uno Stato forte, la resilienza alle crisi venisse tutta dalla società civile. I romani davanti alle calamità, alle sconfitte e alle crisi alimentari reagivano quasi sempre attivando una rete di relazioni personali. La famiglia allargata era la vera rete di emergenza degli antichi. Sapendo che il rischio di crisi era sempre alle porte tutti erano consci di dover coltivare delle relazioni personali da usare al momento buono.

Un esempio, Plinio il Vecchio quando partì l'eruzione del Vesuvio non aveva alcuna intenzione di portare avanti una spedizione di soccorso verso Pompei ed Ercolano. Pur essendo a capo della flotta non gli venne nemmeno in mente. A farlo muovere fu solo la richiesta di aiuto della famiglia del suo amico Cesio Basso, e fu così che perse la vita. Insomma gli unici soccorsi (per altro inutili) partirono per motivazioni personali. A salvare i romani era quasi sempre il fatto di avere una mentalità del rischio. Ad esempio almeno il 16% dei viaggi navali si concludeva con un naufragio. Tutti i marinai erano gladiatori del mare e venivano citati in continuazione nei proverbi come esempio. Alla fine Roma risorgeva dai disastri perché chi fa da sé fa per tre. E i romani lo sapevano. Per noi moderni non è più così scontato. E, per certi versi, è la dimostrazione del fatto che viviamo in un mondo migliore.

Commenti

cgf

Dom, 17/06/2018 - 16:37

nel 64 d.C. quando vi furono oltre 200mila senzatetto, Londra era appena un villaggio di barbari. Barbari che poi si sono evoluti in quello che hanno sempre fatto meglio, razziare e arricchirsi con la pirateria.