La strega di Miyazaki incanta tutta la famiglia

"Kiki - Consegne a domicilio": la pellicola del 1989 che arriva solo ora in Italia è un poetico viaggio  nei turbamenti di una tredicenne

In questo fine settimana, fate un regalo ai vostri figli o nipoti portandoli in sala a vedere Kiki - Consegne a domicilio, cartoon del maestro giapponese Hayao Miyazaki. Certo, li dovrete preparare per tempo per non traumatizzarli. Come reagiranno, infatti, nello scoprire che si può girare un bel film a disegni animati senza il 3D? Come riusciranno a sopportare il fatto di dover vedere una pellicola priva di effetti speciali ma che fa forza solo sui suoi contenuti? Roba rara, quasi d'archeologia. Non a caso, il film è datato 1989 e solo ora (purtroppo) arriva nei cinema italiani, carico di quelle suggestioni e atmosfere che permeavano le serie animate della nostra gioventù. Con protagonisti che fanno tenerezza se confrontati con quelli dei blockbuster di questi ultimi anni. Eppure, se riuscirete nella moral suasion, vedrete che anche chi sta crescendo a videogiochi e occhialini 3D vi ringrazierà. Il lungometraggio è considerato, tra le opere di Myazaki, un film «minore», come se la poesia potesse essere, in qualche modo, catalogata. Una pellicola, targata Ghibli, che contiene tanti temi cari all'autore di Principessa Mononoke, Nausicaa della valle del vento o Il castello del cielo.

Attraverso la storia di Kiki, una strega di tredici anni che, in sella alla sua scopa e in compagnia di un gatto nero, vola in una città di mare alla ricerca della sua indipendenza, si può leggere un chiaro racconto di formazione. Capita spesso nella filmografia di Myazaki e non a caso la protagonista, come in altri titoli, è una ragazzina. La giovane streghetta, una volta arrivata nella piccola metropoli (che tanto assomiglia a una città europea), dovrà confrontarsi con un senso di modernità sempre più invadente e traumatico. Se volete, ci potete leggere anche lo scontro tra tradizione e nuovi linguaggi che ha caratterizzato gli ultimi anni del genere animazione. Non solo. Kiki, a un certo punto, perde i suoi poteri. Non riesce più a volare e ad ascoltare la voce del suo micio inseparabile e, fino a quel momento, parlante. È l'adolescenza che irrompe nella vita dei nostri ragazzi e fa perdere loro la magia di essere bambini, di credere nelle favole. Come i turbamenti timidi d'amore nei confronti del coetaneo Tonbo, che Myazaki affronta con grande delicatezza, insegnando anche a noi genitori, spesso invadenti negli affari di cuore dei nostri figli (Ti sei fatto la fidanzatina? L'hai già baciata? Cosa ti ha detto? Ma tu le piaci?), la strada giusta per trattare i loro fragili e tempestosi sentimenti. Kiki, pur avendo solo tredici anni, sa assumersi le sue responsabilità (iniziando a lavorare come «pony express» volante per garantirsi una sussistenza economica), ha un senso del giusto quasi anacronistico (non vuole percepire il compenso di una anziana signora perché non ha portato a termine il lavoro commissionato), matura attraverso i suoi errori. Questo perché, chi la ama, ha saputo darle il suo giusto spazio. Così Myazaki ci suggerisce di smettere di trattarli sempre come dei bambini che hanno bisogno della nostra perenne protezione. Di farli crescere, con la giusta autonomia, credendo in loro. È curioso anche come gli esseri umani della città d'adozione di Kiki considerino normale l'esistenza della strega. La magia non fa loro effetto, viene tranquillamente accettata. È un po' quello che capita a noi, ormai abituati ad ogni sorta di modernità e innovazione da non stupirci più di nulla. L'effetto meraviglia sta scomparendo dalla nostra civiltà e su questo Myazaki sembra volerci ammonire per tempo.

Una storia lineare, resa speciale dal tocco del suo regista. Che tocca tanti temi (c'è anche quello importante dell'amicizia) usando allegorie chiare, dirette, fruibili da tutti. Dalla sala, uscirete certamente più arricchiti e non storditi dai rumori assordanti delle pellicole moderne. Forse, la vera magia di Kiki è proprio questa.